Kabuki Syndrome: quando la wave incontra Urban Jungle

Chi ricorda le simpatiche cornici parodistico-culturali “Urban jungle”? Erano delle clip di qualche minuto, animate, in cui si ritraeva in maniera pungente e spassosa, di volta in volta, una precisa tendenza giovanile legata alla musica (es. Il Dark, L’Hip-Hop, ecc..). L’autore è un simpatico e barbuto ometto di nome Hermes Mangialardo, videomaker specializzato in animazioni.

In un’altra parte d’Italia, intanto, quattro ragazzi leccesi vogliosi di fare musica (e con alle spalle un loro già maturato background culturale) escono fuori dal planimetrico e retorico amore per reggae e pizzica che accompagna da decenni, e forse secoli, tutto il nostro “Tacco”. Playontape, decidono di chiamarsi, new wave e dark, decidono di fare. I quattro sono Luca Attanasio (conosciuto anche con lo pseudonimo di Alan Whickers, usato per le serate di dj set con selezione anni Ottanta per palati sopraffini), voce e synth; William Buscicchio, basso ed effetti; Giuseppe Muci, chitarra e noise; Paolo Del Vitto, batteria. Il loro costante omaggio al rock post-moderno, acido e in fusione con un certo tipo di elettronica ha sgombrato il campo dalla nomea leccese di reggaettoni assoluti ed ha accontentato non solo tutti gli splendidi quarantenni che rimpiangono la propria giovinezza a base di Joy Division e Bauhaus, ma ha fatto presa anche su un pubblico più giovane o, semplicemente, poco o per niente informato sulle correnti musicali a cui il gruppo fa riferimento.

Cosa succede quando un videomaker come Mangialardo ed un gruppo come i Playontape si incontrano? Succede che nasce un video come “Kabuki Syindrome”, basato su un pezzo del loro album “A Place To Hide”. Il pezzo fa riferimento ad una malattia nota come “La sindrome di Kabuki”, ossia una serie di disturbi (ritardo dello sviluppo psicomotorio ed intellettivo, ptosi palpebrale, scoliosi, clinodattilia del 5º dito, ipodonzia, tendenza all’obesità) che, in aggiunta, conferiscono al malato un aspetto molto simile a Kabuki, maschera tipica, una sorta di Arlecchino per i giapponesi. Il riferimento alla malattia è in senso lato, in quanto il pezzo fa riferimento all’alienazione dell’individuo verso i mass media ed in particolare della Tv. Il teledipendente cronico si presenta obeso, lento mentalmente e fisicamente, disturbato a livello di spina dorsale, quasi come chi è affetto dalla “Kabuki Syndrome”, appunto.

Il video di Hermes Mangialardo rende alla perfezione l’idea che il grupp dark leccese ha voluto dare del dominio mediatico sul cervello umano. Noi vediamo un cartoon bianco e nero in cui i quattro sembrano fuggire e non sopportare ciò che li circonda, ossia una decadente e darkissima città immaginaria in cui ormai la gente è ipnotizzata dal tubo catodico. I disegni ricordano un po’ “Sin City” (libri e film) e soprattutto geniale la  croce fatta con i televisori, come similmente apparsa in un live del controverso Marylin Manson. Il video porta lo spettatore in una quinta dimensione, simile alla Metropolis di Fritz Lang, primo kolossal di fantascienza. Tutto è oscuro, pessimista, cyberpunk e come narratori abbiamo i quattro voliti cartoonizzati della band che, come menestrelli neri e rassegnati, descrivono l’angoscia che li circonda.

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