I FILM DEL SABATO: L’INFERNALE QUINLAN

Mentre attraversano la frontiera fra Stati Uniti e Messico, un poliziotto messicano, Mike Vargas (Charlotn Heston), e sua moglie Susan (Janet Leigh), novelli sposi, assistono casualmente all’omicidio del uomo più potente della zona. Vargas si ritrova a partecipare alle indagini, travolto anche dalla personalità inquietante e poco pulita del capitano Hank Quinlan (Orson Welles), al quale la polizia americana ha affidato il caso.  

Quanto il primo si dimostra un investigatore razionale e integerrimo nel modo di operare, tanto l’altro si affida all’istinto e non si fa scrupoli di baypassare le procedure standard e di calcare la mano per rimediare prove e confessioni che avvallino le sue intenzioni.

Si profila subito uno scontro fra due grandi personalità, due agenti dalla grande fama: se è vero che il capitano Quinlan è un temuto quanto popolare difensore della legge, Vargas è un importante funzionario della polizia messicana che sta mettendo i bastoni fra le ruote della famiglia Grandi, una famiglia di gangster di origini italiane che gestisce il traffico di droga al confine fra Messico e Stati Uniti. Proprio l’entrata in scena di uno dei fratelli Grandi complicherà le cose, contribuendo a trasformare la vicenda in una allucinata esperienza, un incubo in cui tutti personaggi saranno chiamati a misurare la propria coscienza con il Male, quel Male che è il vero protagonista del film, e che al film da il titolo. Il titolo originale è infatti The Touch of Evil, il Tocco del Male, e non si capisce come mai i distributori italiani sia venuta di una traduzione tanto “imbecille” (Morandini) e fuorviante come L’infernale Quinlan. 

“A Welles interessa non tanto la grandezza del male, quanto l’innocenza nel peccato”, di conseguenza le scelte estetiche del film rispecchiano l’ambiguità morale dei personaggi, con una deformazione violenta delle immagini e dei volti, una esasperata profondità di campo e una  velocità doppia fra quella del montaggio, che si serve di virtuosistici piani sequenza (celebre quello iniziale, della durata di tre minuti, in cui l’azione è ripresa in uno spazio molto grande e in cui viene presentato l’antefatto e tutti i personaggi principali del film), e quella dei personaggi all’interno delle singole inquadrature.

La fotografia di Russell Metty opta per un bianco e nero denso di tenebre, di luci intermittenti che giocano a nascondere volti e gesti, di ombre inquiete che corrono sui muri di un un piccolo paesino di confine che potrebbe benissimo essere abitato da fantasmi.

Come in tutti i noir anche in questo il delitto in sé passa in secondo piano e a interessare lo spettatore sono i numerosi personaggi, ognuno alle prese con i propri fantasmi, appunto, come quelli della coscienza di Menzies, l’amico e assistente di Quinlan, o come i fantasmi del passato dello stesso capitano Quinlan. In questa maniera molti sono i temi che confluiscono, che si materializzano e che sfiorano la vicenda principale e il film diventa un’opera complessa sulla giustizia e sulla moralità, sull’amicizia e sulla morte. Del resto la scelta di un’ambientazione suggestiva, simbolo di incertezza, come il confine non è casuale, ma diventa la metafora dell’incertezza e della labilità delle scelte e delle azioni umane. 

Il confine messicano, poi, sarà sempre un ambiente presente nella narrativa americana, basti pensare a Non è un paese per vecchi, romanzo di Cormac McCarthy dal quale è stato tratto l’omonimo film dei fratelli Coen (1007), anche questa, splendida opera sul male, l’avidità e la violenza cieca.

Da segnalare poi  una bruna Marlene Dietrich che interpreta la cartomante Tania, enigmatico personaggio che porta con sé tutto il fascino e il mistero di un ombra intrappolata ne limbo fra il passato e la modernità (ne è un esempio l’arrendamento del suo locale: c’è una pianola di altri tempi che suona per attirare i clienti, “ma adesso ho anche la televisione – dice Tania – antico e moderno”).

Produzione:

La Universal tolse di mano al regista il film in postproduzione, tagliò una ventina di minuti, riducendolo alla durata di 95 minuti, fece girare nuove scene (dirette da Harry Keller), modificò il 1° montaggio. Negli anni ’90 il produttore Rick Schmidlin, ammiratore di Welles, si propose di restaurarlo, ripristinandolo nella sua forma originaria. Il restauro, terminato nel 1998, fu fatto a cura di Walter Murch, e la versione che ne risulta (112 minuti) è ora quella proposta in DVD dalla stessa Universal.

Curiosità:

Il film viene ironicamente citato in una scena di Ed Wood di Tim Burton: Ed Wood (Johnny Depp) parlando con Orson Welles (Vincent D’Onofrio) si lamenta di come i produttori vogliano sempre imporre gli attori sbagliati per interpretare certe parti nei film. Welles risponde “Non dirmelo. Sto giusto cominciando a lavorare a un film in cui vogliono che Charlton Heston interpreti un messicano!”

L’Infernale Quinlan viene citato nel film di Robert Altman I protagonisti (1992). Durante il piano sequenza iniziale il responsabile della sicurezza di uno studio hollywoodiano elogia il valore stilistico del piano sequenza facendo riferimento proprio al magistrale incipit de L’infernale Quinlan.

Un brano della colonna sonora di Henry Mancini venne utilizzato come titoli di testa del film “Contratto per Uccidere” (1964) di Don Siegel.

Una scena dell’Infernale Quinlan compare nel film di Woody Allen Basta che Funzioni (2009), dato che il protagonista, Boris, la sua giovane moglie a vedere alcuni film.

EDOARDO TREVISANI

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I NON-FILM DELLA DOMENICA: MELISSA P

Il libro autobiografico “Cento Colpi di Spazzola Prima di Andare a Dormire” della “scrittrice” Melissa P. ha turbato le fantasie letterarie di ogni rattuso della penisola. Chi ha letto quelle pagine a tutto ha pensato meno che al vero intento dell’autrice: raccontare un passato difficile. Le parti più intimiste sono state saltate in merito alle parti più intime e nessuno ci ha capito un cazzo.

Un alto momento di cultura cinematografica.

Ora, dopo questa bella premessa, c’era bisogno che Luca Guadagnino trasferisse tutto ciò in pellicola? C’era proprio bisogno del film “Melissa P” (2005)? Se c’è bisogno di una sega fatta in comodità, ossia sdoganando un mezzo porno come film drammatico proiettato nei comuni cinema, allora ok, è un’utilità da non sottovalutare. Se il film è stato realizzato per sostituire il gas esilarante con le sequenze cinematografiche, anche in questo caso il progetto ha funzionato…metti che il gas fa male ai polmoni, a ‘sto punto meglio il film di Guadagnino.

Pensandoci bene, “Melissa P.” può essere stato girato per ovviare intolleranze da farmaci di medicamento, meglio questo film che un falqui per andare di corpo.

Il personaggio Danilele in una toccante espressione attoriale. Solo che di "toccante" c'è solo il pubblico in sala.

Pensieri. Lui: "Vecchia ciabatta, sei venuta a striscià ner mondo dei film de mmerda eh..." Lei: "Povero idiota, appena finisce questa boiata me ne vado alle Fiji e non torno più"

Al di là, però di queste dubbie scelte umanitarie, ora parliamo un po’ di cinema. Cos’è “Melissa P.”? E’ un film brutto che blocca la crescita. Talmente brutto che all’uscita del cinema vuoi pestare a sangue il proprietario. La trama del film è completamente diversa dal discutibile romanzetto biografico. Melissa P (interpretata, guarda caso, da una pornostar iberica di nome Maria Valverde), tra problemi coniugali dei suoi e la rivalità immotivata fra la madre e la nonna (interpretata da una Geraldine Chaplin stufa, evidentemente, di fare la fila all’Ufficio di Collocamento), scopre i primi impulsi puberali ed il film li racconta, fin dall’inizio, in maniera molto artistica. Prima scena: musica di merda pop italiana a tipo Elisa negli ultimi lavori e Melissa che si tocca sotto le coperte (ma noi vediamo di tutto!) a tipo televisione privata fra la Lucania e il napoletano. Manca solo il numero il culoimpressione.

Il film prosegue con un cocktail micidiale fra un film scemo di Silvio Muccino ed un pornazzo di quelli di serie zeta girati illegalmente nei cessi dell’Autogrill. Melissa non scopre il sesso, diciamo che, in maniera scientifica, si può dire che scopa pure con i termosifoni. Melissa continua così la sua saga (e noi le nostre seghe) per tutto il film, finché la nonna non schiatta all’ospizio e la ragazza miracolosamente si pente.

La locandina del film. In realtà era più esplicita, ma poi la produzione impose un fotoritocco: i due cazzi sarebbero diventate due mani.

Magistrale la sequenza in cui Melissa sta per limonare con un certo Daniele (Primo Reggiani), una specie di tronista che ha un glande grosso come un limone nel cervello, e lui le dice poeticamente: “Mi vuoi baciare? Allora bacia il mio cazzo” e lei, che non è uno stinco di santo ma uno stinco di maiale, tace e non disdegna. Vale la pena vedere “Melissa P.” anche per una scena memorabile, un momento che appartiene a pieno titolo a Trash Paradise: Melissa ed una sua amica stanno in una yogurteria all’aperto, guarda caso il pedofilo di turno è seduto qualche tavolo più in là e Melissa lo stuzzica rischiando la vita, probabilmente.

Momento lisergico per la Valverde. A furia di "darci dentro" è imbottita di Oki e Valeriana. Questi i risultati...

Nel film compare un rattusissimo Claudio santamaria che farà sesso con Melissa durante una gita scolastica…lui è una guida del museo.

Ma tutto questo non è compiacimento, no? E’ arte. La nuova narrativa popolare: “Bacia il mio cazzo!”

FRANCESCO PASANISI

I FILM DEL SABATO: NOSFERATU IL VAMPIRO

Che la progenie di Bram Stoker, autore del romanzo “Dracula”, non abbia acconsentito l’utilizzo integrale dell’opera a noi non ce ne po’ fregà de meno; Friedrich Whilelm Murnau ha comunque confezionato un horror d’autore su Dracula, anche se con nomi e luoghi cambiati, che è un autorevole rappresentante dell’espressionismo tedesco: “Nosferatu il Vampiro” (1922), in originale “Nosferatu: Eine Symphonie Des Grauens”. La trama è inutile anche scriverla, chi non conosce la vicenda del perfido non-morto aristocratico, figlioccio di Satanasso in persona? La cosa che ci sta più a cuore trattare, invece, è com’è fatto il film in sé. Il cineasta tedesco decide, sempre per la sopracitata vicenda copyright, di ambientare la storia in Germania e lo fa scegliendo di NON utilizzare dei fondali, come accadeva in altri film espressionisti tipo “Il Gabinetto del Dr. Caligari” (1919) di Robert Wiene. La decisione murnaesca è stata provvidenziale. L’andatura gotica e ossessiva del film è ampliata ulteriormente per merito delle fosche e cimiteriali brughiere della Valacchia. 

Ad interpretare “Dracula”, che nel film di Murnau si chiama Conte Orlock, è l’attore Max Schreck (che ispirò Burton per “Batman Returns”, vedere la rubrica UN FILM AL GIORNO, ndr), intorno al quale gravita un’affascinante leggenda secondo la quale fosse un vero vampiro, diceria portata sullo schermo anche dal film bio-horror “L’Ombra del Vampiro” (2000) di E. Elias Merhige. Fatto sta, leggenda o no, che il nostro grande Massimo Panico (Max Schreck tradotto letteralmente, curioso pseudonimo) mette i brividi nei panni di Nosferatu, anche a distanza di quasi 90 anni!  Il Dracula “spurio” di Schreck ha le sembianze del mostro nel romanzo di Stoker: abito nero tinta unita, altezza eccessiva, magro, testa e volto lunghi, viso scavato. Ben lontano dai Dracula seguenti, molto spesso rappresentati come dei “dandy” che hanno però questo impopolare gusto alimentare. Simile al Dracula del romanzo, dicevamo, solo che Orlok tutti i dettagli ce li ha esacerbati, aggiungendo mani artigliose e un volto molto simile a quello di un ratto che di un attempato succhiasangue. 

“Nosferatu Il Vampiro” rappresenta, profeticamente, quella che fu la recessione tedesca di quegli anni che favorì l’avanzata della barbarie hitleriana. Basti vedere le sequenze in cui approda Nosferatu dopo il viaggio in nave: la città diventa un pestilenziale guazzabuglio di decessi, ratti infetti e disperazione. L’unico momento in cui si ride un po’, voluto probabilmente dagli sceneggiatori per smorzare la cappa darkissima e nichilista della pellicola, è quello dedicato all’inseguimento fra la polizia e il giure consulto, impazzito, Knock (Alexander Granach), il Thomas Renfield con il nome cambiato. Per il resto è un’opera sicuramente da vedere, fosse altro per gustare la fotografia ricca di saturazione e contrasto (non è una scala di grigi, ma puro bianconero!) e tutto ciò che concerne un certo gusto, espressionista, per le atmosfere lugubri e dark. Una vera delizia per chi apprezza Burton. 

Esiste un remake del 1978 diretto da Werner Herzog e interpretato da Klaus Kinsky e Bruno Ganz, ma è nettamente inferiore all’originale e fin troppo lento e pretenzioso.

FRANCESCO PASANISI

COSE FATTE A MANO

Non potevamo scegliere titolo più semplice per un’arte che regala cose semplici e genuine scaturite da pura inventiva e da semplici mani. Al circolo Arci “Zei Spazio Sociale” di Lecce è ospite il mercatino “Ulia Homemade Handmade” che propone la vendita e l’esposizione di vestiario, gioielli, borse ed altri gingilli di gioielleria interamente fatti a mano e a prezzi popolari. Noi ci siamo stati (e abbiamo pure acquistato) e queste sono le foto:


UN CONNUBIO PER I DISABILI

Easy Phoney Production ha accettato di collaborare cn Carlo Salvemini, candidato alle Primarie del Centrosinistra, per una Lecce migliore. Nel video Salvemini e Francesco Pasanisi mettono a nudo alcune stoture di urbanistica e servizi pubblici non a norrma per il cittadino disabile leccese. Buona visione.

 

I NON-FILM DELLA DOMENICA: NINE

Come profanare uno dei migliori film della storia del Cinema, come banalizzare la carriera del più grande regista italiano, Federico Fellini. Rob Marshall ci riesce e come! Con il musical ispirato al più importante film del Maestro del cinema, 8 ½, che mette in scena la crisi esistenziale di un regista, Guido Contini (Daniel Day-Lewis), che si accinge a girare il suo nuovo film senza sapere minimamente di cosa tratterà. In questa tempesta mentale le donne della sua vita, dalla moglie (Marion Cotillard), all’amante (Penelope Cruz), alla madre (Sophia Loren), gli faranno riflettere sul suo essere, sulla sua vita, sui suoi sbagli. Non c’è niente della magia e del pathos di 8 ½ , il film più autobiografico di Fellini, più personale quindi, più sentito proprio perché racconta della sua crisi, del suo “io”, di tutta la sua vita e del suo Cinema che in quel momento buio della sua esistenza sembrava averlo abbandonato. Nel film di Marshall l’argomento è trattato superficialmente e si da invece ampio spazio ai sexy balletti e alle grazie delle attrici protagoniste, i quali personaggi, invece, avrebbero dovuto avere più spessore. I dialoghi sono pessimi e a tratti stupidi, lontani dalla profondità di quelli felliniani. Un esempio tremendo:

“Guido: “Ho bisogno di un caffè,una sigaretta e di una cravatta”
Lilliane: “Rispondi a una domanda e ti dò un caffè, rispondine ad un altra e ti dò una sigaretta…e cosi via.

Rob Marshall visibilmente soddisfatto dopo la cazzata fatta

E intanto Fellini si rivolta nella tomba e non so se ancora adesso avrà trovato pace. Si spera solo che presto questo scempio cada definitivamente nel dimenticatoio come merita. Una bestemmia cinematografica. E non c’è assoluzione. Per chi ama il Cinema, per chi ama Federico non può esserci.

Marcello Mastroianni sconvolto mentre guarda "Nine"

Imbarazzanti anche le musiche e le canzoni. Il testo della canzone Be italian cantata dalla pop star Fergie, che interpreta la parte della Saraghina, recita: “Sii italiano! quando mi stringi, non stringere solo me ma anche questo per favore sii gentile, sentimentale va avanti e prova a dare alla mia guancia un pizzicotto ma sii audace e indifferente quando mi dai dei pizzicotti pizzicami lì dove sono più grassottella. Sii un cantante, sii un amante …”Riassumendo, essere italiano significa: saper scopare, essere romantico, vestirsi bene, saper cantare  e cos’altro? Ah si: manca solo la pizza, la mozzarella, gli spaghetti e la pummarola!

Federico Fellini impreca dopo aver assistito alla proiezione di "Nine"

L’errore di Marshall non può essere giustificato neanche dal fatto che il film sia solo ispirato a 8 ½  perchè quando si decide di confrontarsi con un mito bisogna comunque fare un lavoro dignitoso e non ridicolizzare tutto quello che era il Cinema italiano degli anni ’60 presentandolo attraverso stupidi luoghi comuni: la moda, lo stile, il maschio italiano. Si salvano solo i costumi e le scenografie sfarzose.

Daniel Day Lewis in un momento di pentimento

Quanto ci manca Mastroianni e la sua crisi, la sua voce e la sua intensità, la riflessione sui grandi quesiti dell’uomo. Quanto è lontano quel film che ha cambiato la storia del Cinema italiano e che ha ispirato generazioni di registi e non solo.

Penelope Cruz fa stretching prima di una scena impegnata

“Ma che cos’è questo lampo di felicità che mi fa tremare, mi dà forza, vita? Mi sento come liberato, tutto mi sembra buono, tutto ha un senso, tutto è vero! Come vorrei sapermi spiegare, ma non so dire … ecco … tutto è di nuovo confuso, ma questa confusione sono io … dire la verità, quello che non so, che cerco, che non ho ancora trovato, solo così mi sento vivo …” recitava Marcello Mastroianni nel monologo finale di 8 ½ , libero finalmente dalla sua crisi, dalle sue ossessioni. Dove sono quei momenti di riflessione, i profondi ricordi d’infanzia, l’immagine del padre, della madre e la sua Musa che rappresentava la purezza irraggiungibile? Svaniti … tristemente spazzati via tra uno sculettamento e l’altro.

CATERINA SABATO

I FILM DEL SABATO: BRANCALEONE ALLE CROCIATE

Con la sua piccola armata di straccioni sbandati, Brancaleone da Norcia parte alla conquista del Santo Sepolcro. Fra incontri tragicomici “esoterici” e duelli demenziali si ritroveranno a duellare in un’improbabile arena guidati da un Adolfo Celi vestito come una matta reale. C’è chi lo preferisce addirittura a L’armata Brancaleone (1963), di cui però non eguagliò il successo. Come l’altro, scritto da Age e Scarpelli.  Anche qui è evidente il piacere di mescolare l’avventura e la buffoneria, la satira e la farsa in un Medioevo grottesco. 

Gli antichi greci definivano la satira la più autorevole fonte per studiare la storia, niente di più vero; “Brancaleone alle crociate” (1970) infatti, pur con i suoi eccessi da satira dà un quadro ideologico e sociale di quei cosiddetti “secoli bui”: la costrizione a confessare atti di stregoneria, il provincialismo e la cafoneria di TUTTE le caste sociali, non solo dei poveri; la scena “horror” in cui alcuni impiccati, spiegando il motivo della loro morte, tirano in ballo argomenti delicati dell’epoca (amarsi al di fuori del connubio, mangiare carne il venerdì ecc…).

Il linguaggio in “volgare” maccheronico rende il tutto molto più grottesco e l’irruenza nell’agire dei cristiani in terra mediorientale per il santo sepolcro delinea un quadro preciso: è stata una guerra di pura conquista in cui i “nostri” hanno prepotentemente violato il suolo turco. 

Monicelli, al solito, ci regala una giostra umana e acre in cui si ride in modo amaro. Il film, inoltre, ha tutto il diritto di entrare nelle videoteche di ogni patito dell’horror; memorabile, infatti, è la scena della morte (che parla in toscanaccio) quando incontra Brancaleone per portarselo via. Una sequenza molto dylandogghiana (a cui Sclavi potrebbe essersi benissimo ispirato) che vale la pena di vedere e rivedere. 

Nota a margine: per chi ama lo splatter consigliamo di vedere l’intera filmografia del Mario nazionale, il quale non disdegna di tanto in tanto di allietarci con mutilazioni e schizzi di sangue. In tal proposito, oltre a questo film e il già trattato “Borghese Piccolo Piccolo”, è bene menzionare il primo film su Brancaleone (che sembra essere il primo splatter italiano se si considera la prima sequenza, con animali mangiati vivi, arti mozzati e sangue a fiumi), “I Picari” (un’amputazione della mano da antologia) e “Il Marchese del Grillo” (1980), in cui un eretico Flavio Bucci viene decapitato e la sua testa gocciolante sangue mostrata al pubblico. 

Nessuno nella commedia all’italiana si è mai spinto oltre come ha fatto Monicelli, persino la sua morte è stata granguignolesca nella sua tragedia. Ci mancherai.

FRANCESCO PASANISI