UN FILM AL GIORNO: UN BORGHESE PICCOLO PICCOLO

Il signor Vivaldi farebbe anche carte false per far entrare il suo unico figlio rapidamente nel mondo del lavoro, tenta con raccomandazioni, diventa perfino massone per far passare al figlio il test d’ammissione per un impiego al ministero; poi, crolla tutto, padre e figlio passeggiano in strada e incappano in un conflitto a fuoco durante una rapina. Un proiettile vagante uccide il figlio di Vivaldi che pedinerà il giovane rapinatore, lo sequestrerà e lo torturerà in un bugigattolo fino alla morte. 

Non è un caso che “Un borghese piccolo piccolo” sia del 1977, in quell’anno in Italia siamo ancora nel cuore degli anni di piombo, ci sono in vista i timori complottistici eversivi della P2 di Licio Gelli, nella quale è “tesserato” mezzo stivale, ci sono le rapine, il terrorismo, i sequestri di persona e così via. Monicelli e Cerami (scrittore pulp e autore dell’omonimo romanzo a cui il film si ispira) confezionano questo “microsaggio” sui tragici effetti che può avere una simile situazione (effetti esasperati dai mezzi di comunicazione di massa, Tv in primis). Nel film c’è tutto questo: la violenza, la massoneria che ha come membri tutti i colleghi di Vivaldi e la cialtroneria dell’italiano medio (il borghese piccolo piccolo, appunto) che lo porta a vendersi a chiunque per essere “in carreggiata” coi giochi di potere nel timore di rimanere uno spiantato.

Il film inizia e prosegue per una buona metà come una commedia grottesca, dal conflitto a fuoco in poi la Morte abbraccia il signor Vivaldi e tutto ciò che lo circonda (la pensione e quindi fine di un lavoro, lo shock catatonico della moglie dopo aver appreso la notizia della morte del figlio e persino le vivande del frigorifero imputridiscono insieme a tutto il resto). “Un borghese piccolo piccolo” analizza in modo agghiacciante come un italiano medio affettuoso con la propria famiglia ed ex partigiano passi alla cialtroneria più demenziale per sistemare il figlio al Ministero, fino a diventare un grottesco “vigilantes” sadico e sanguinario, quasi fascista, per vendicare la morte violenta di persone care.

La prima parte del film è una commedia all’italiana, cattivella e cinica (c’è un Monicelli di mezzo, No?) ma comunque una simpatica commedia a sfondo “impiegatizio” che sembra un mix fra una pièce pirandelliana e un film di Fantozzi. In particolare eccelle per aver pigiato al massimo il pedale del realismo. Una quotidianità in cui tutti ci ritroviamo, ma variegata da momenti grotteschi (la scena dei massoni merita di entrare negli annali cinematografici del cinema comico).

La seconda parte del film è noir e  ha una struttura “poco italiana”, come direbbe Stanis La Rochelle. Infatti il percorso sanguinario che farà Sordi/Vivaldi per compiere la propria vendetta somiglia molto a quello dei thriller anglosassoni. Ci sono tutti gli ingredienti: Sordi al commissariato che finge di non riconoscere l’assassino del figlio (deve pensarci lui, che diamine!); la fotografia delle scene, molto cupa e piena di sfumature tra il rosso bruno e il porpora; le riprese che ricordano i polizieschi di Friedkin (solo sei anni prima il regista americano aveva girato “Il Braccio Violento della Legge”). Il finale è “bronsoniano”, probabilmente il vecchio Enzone aveva visto “Il Giustiziere della Notte” e ha scritto un epilogo quasi identico: il protagonista, provocato da un passante, lo inseguirà con la sua vettura come ha fatto con il rapinatore poi torturato. Noi sappiamo il destino che spetta al giovane (interpretato dal pasoliniano Ettore Garofalo), ma Monicelli e Cerami, così come Michael Winner ne “Il Giustiziere della Notte” non ce lo mostrano, dando l’ok ai titoli di coda.

FRANCESCO PASANISI

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