UN FILM AL GIORNO: TALK RADIO

Un conduttore radiofonico di Dallas, Barry Champlain, aggressivo e molto schietto, conduce un programma di successo. Arrivano molte telefonate e lui spara a zero su ogni tipo di argomento e sui radioascoltatori che parlano in diretta. Così non fa che accumulare l’odio di persone anche pericolose (uno su tutti il neonazista negazionista facente parte del movimento “The Order”), finché una sera, uscito dalla stazione radio, viene assassinato. Tratto dalla commedia teatrale scritta da Eric Bogosian, lo stesso attore protagonista del film, basata sulla reale uccisione del disc jockey Alan Berg da parte di neonazisti nell’84. 

Questo è il film forse (a torto) più trascurato di Oliver Stone, un autore che ha sempre fatto della polemica il fulcro centrale di ogni suo lavoro (“World Trade Center” escluso il quale, ha nostro avviso, è una minchiata galattica). “Talk Radio” è l’America rappresentata in 80 metri quadri di studio radiofonico. Champlain (un Bogosian isterico e sfacciato doppito impeccabilmente da Roberto Chevalier) per i suoi monologhi “sovversivi” e molte volte politicamente scorretti, tanto da avere ospiti in studio alle volte discutibili per via dell’eccessiva “open mind” divulgata nella sua trasmissione, attira le antipatie di americani medi benpensanti e soprattutto da “The Order”, un’organizzazione eversiva neonazisti proveniente dagli Stati del Sud che lo attacca per “divergenze ideologiche” e soprattutto perché Barry è un ebreo. “The Order” continua ad intervenire in piena notte durante la trasmissione di Champlain prima con “pacate” discussioni totalmente deliranti fino al grottesco sul negazionismo ed il revisionismo, nei giorni a seguire, date le risposte dure e veritiere del disc jockey, quelli del “Order” inizieranno con minacce di morte a sfondo antisemita, arrivando persino a mandargli un pacco postale con dentro una bandiera nazista, un topo morto (probabilmente qui c’è un po’ di Spiegelman, autore del fumetto “Mauss”, in cui gli ebrei son raffigurati come topolini vittime di nazisti-gatti) ed un biglietto scritto a mano con minacce di morte adornato da svastiche. 

 

L’epilogo per Champlain, come detto prima, sarà l’omicidio. Uno di loro, vestito da “redneck” texano, lo spara a sangue freddo vicino all’automobile. Stone, e Bogosian alla sceneggiatura, confezionano questo prodotto dinamico e polemico che si batte contro ogni pregiudizio e contro la maschera di “democrazia” che l’opinione pubblica benpensante americana si porta addosso nascondendo i più reazionari, anche se non sempre materialmente violenti, e barbari istinti. Bravo Stone, peccato per “The Doors” (grande regia e montaggio, ma mediocre adattamento biografico).

 

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