DIZIONARIO HORROR DEL MERCOLEDI’: BAD TASTE

BAD TASTE

Giudizio: ****

(Bad Taste, Nuova Zelanda 1987, col. 92′)

Di e Con Peter Jackson. Con Terry Potter, Peter O’Herne, Craig Smith, Mike Minett e Doug Wren.

Dimenticate i fasti hollywoodiani della saga de “Il Signore Degli Anelli” e di “King Kong”, Peter Jackson ha iniziato la propria avventura cinematografica con film di produzione neozelandese degni della “Troma”, casa di produzione americana specializzata in splatter-comici fondata dal regista LLoyd Kaufman.

DVD

“Bad Taste” (1987) rappresenta uno di quei lavori indipendenti in cui il pedale della black comedy e spinto sino alla sua evoluzione più estrema: il trash. Si narra di un’invasione aliena in cui i terrestri finiscono inevitabilmente maciullati in modo comico e sanguinoso. In verità lo scopo degli extraterrestri è quello di vendere i poveri spezzettati malcapitati alla loro catena di fast food antrpofaga, quella di Mr Crumb.

Il “Bad Taste” (“Cattivo Gusto”) del film è da interpretare in senso lato: le scene volutamente splatter-comiche in cui vediamo sfruttati anche parecchi “topoi” del cinema horror (motoseghe, sangue arterioso a fiumi, frattaglie strabordanti) nonché il “Bad Taste” inteso come “gusti strani” di questi alieni, poiché divoratori di carne umana.

Il film è stato subito acclamato come “totem” dl genere splatter-comico e, infatti, Peter Jackson, nel 1992, fece il bis con “Brian Dead”, uno zombi-movie comico molto più estremo di questo e che consacrò il regista-attore neozelandese come icona del genere. Divertente, sanguinoso e politicamente scorretto. Questo è il Jackson che ci manca.

Tradotto inopportunamente con “Fuori di Testa” in Italia, il film ha avuto anche una proiezione al Festival di Cannes.

Per certi aspetti tecnici il film ricorda La Casa (1983) di Sam Raimi. Molte delle ardite inquadrature e dei bizzarri effetti speciali splatter furono realizzati con “mezzi di fortuna”.

Peter Jackson interpreta ben 2 personaggi, il folle Derek dei “boys” e l’alieno Robert.

Curiosità

  • Derek è doppiato, in una prima edizione, da Tonino Accolla.
  • Il film non ha donne fra i personaggi.
  • Inizialmente “Bad Taste” doveva essere un corto chiamato “Roast Of The Day”
  • Quando Derek digita la password per prendere la motosega sul veicolo con le sagome dei Beatles, è evidente che la tastiera a numeri altro non è che che una calcolatrice inserita sotto un pannello.

FRANCESCO PASANISI

I NON-FILM DELLA DOMENICA: COME TE NESSUNO MAI

E’ incredibile come Muccino sia stato così controcorrente sin dall’inizio. Alcuni registi “alternativi” hanno iniziato con opere interessanti, cattivelle e simpaticamente bizzarre e low cost per poi finire fagocitati da un circuito buonista e generazionale guasto che dà alla luce soap operas stucchevoli travestite da film “ggiovanile”.

...Peni invisibili...

Muccino ha già iniziato così, già con amenità da zaino Seven. Il non-film di oggi è “Come Te Nessuno Mai” (1999), secondo film del Nostro crepuscolare ed esagitato cineasta romano. Dopo averci fatto vedere le tette della Bobulova in “Ecco Fatto” (1998), film precedente di Muccino, questa volta si sofferma di più sulle crisi esistenziali ad capocchiam degli adolescenti, gli amori, l’inquietudine e llallallalla e llellellelle….

Gli intrepidi occupadores sienza motivo del liceo.

Di cosa parla questa polpetta? Parla di due amici incannizzati e col testosterone visibile ad occhio nudo, incompresi dai genitori, dagli altri gruppi del loro stesso liceo e soprattutto dal gentil sesso. Il protagonista è Silvio Muccino, fratello del regista, il quale qui è privo della “s” farfallina che ha ora. Si vede che gli è venuta dopo la prima del film, ci sarà stato sicuramente qualche eroe che gli ha dato sul muso un chiavone da pozzo artesiano all’uscita del cinema.

Senza farla troppo lunga, “Come Te Nessuno Mai” tenta di mescolare la telenovela per ninfomani under 18, la politica studentesca, le canne (quelle sempre, mi raccomando) e le corse ansiose a cazzo di cane, che ormai sono un marchio di fabbrica di Muccino. Tolte queste, infatti, i suoi film durano 50 minuti. Silvio Muccino, dicevamo, è uno studente cannabinoide e “ribbelle yeah” che occupa all’insaputa dei genitori il liceo insieme agli altri. Non si capisce bene perché lo vogliano occupare, ma, transeat, lo fanno lo stesso.

Dediti alla pulizia dei fagiolini.

Ovviamente alla guida del Movimento c’è uno rasta, fricchettone, polemico, cannabistico e scopatore. Evviva i luoghi comuni! In tutto questo il protagonista è innamorato di una che vuole farsi, ma lei si fa tutti gli altri tranne lui all’occupazione. Nel finale scoperà sul terrazzo la sua migliore amica e noi assistiamo ad una scena pseudo-hard ma comica al tempo stesso. Lui e lei all’addiaccio che fanno su e giù e, ovviamente, nessuno è nei paraggi, alle 4 del pomeriggio. Ai confini della realtà.

L’unica scena decente è quella quando combattono contro i fasci. Lì si tifa per 40 secondi e 28 decimi per il protagonista, ma si sa, contro di lui c’è un fascio, quindi…. “Come Te Nessuno Mai”, e chiudo, è anche un pezzo di poesiola alla Baci Perugina che trovate nel film. Grande Muccino, continua così, le domeniche saranno sempre più interessanti.

Si inizia la smadrappata in terrazza, notare lei che sta per ridergli in faccia.

FRANCESCO PASANISI.

I FILM DEL SABATO: DISTRETTO 13

Una gang che celebra strani rituali con il sangue va in giro a sparare la gente per ottenere terrore e supremazia nel proprio quartiere. In contemporanea vengono trasportati tre condannati a morte verso l’ultimo miglio. Una serie di sparatorie, cruente uccisioni e blitz fanno in modo che poliziotti, superstiti del quartiere (tra cui un uomo di mezza età che ha visto uccidere sua figlia con un unico e cruento sparo al petto e con una freddezza spiazzante) e gli stessi condannati dovranno lottare duro, all’interno del distretto numero 13, per fermare l’orda assassina della gang, asse3tata del loro sangue per via della morte di un loro compagno. L’edificio dovrà essere loro baluardo difensivo e i malcapitati pronti ed armati fino ai denti. La lotta sarà dura. 

Voi direte “è un western”. No, anzi, diciamo di sì. “Distretto 13” (1976) di John Carpenter è un western travestito da action-thriller metropolitano. Il vecchio Johnny, noto regista thriller-fanta-horror, in realtà è stato conquistato in primis dal western. Molti suoi film, con i dovuti cambiamenti, sono dei western a tutti gli effetti. “Distretto 13” è il più “schietto”. Facciamo una prova, si va per dettagli: camionetta penitenziaria, pistolone con silenziatori, automobili in strada. Provate a rileggere lo stesso riassunto di sopra, però mettendoci una diligenza, colt e cavalli. Cosa esce fuori? Una versione “per adulti” e moderna di “Un Dollaro D’Onore” (1959) di Howard Hawks, film preferito di Carpenter.

Il film è cupo, dinamico e privo di qualsiasi fuoriuscita dalle tematiche azione/sparare/angoscia/terrore.

Le musiche, dello stesso Carpenter, temi elettronici post minimali, cadenzano in maniera eccellente le scene del film, specie quelle in cui qualcuno ci lascia per il regno dei più. Le riprese sembrano portare lo spettatore in soggettiva.

Questo è molto evidente nella sequenza iniziale ed in quella finale. La folla inferocita delle gang contro i “buoni” sembra davvero voler colpire te che lo guardi in salotto. Il 3D ovviamente non era quello di oggi, solo nel ’54 ci fu un isolato esperimento nel film “Delitto Perfetto” di Alfred Hitchcock, ciononostante a giudicare dalle immagini per un attimo ci si preoccupa dove vadano a finire quelle raffiche d’arma da fuoco e queglin oggetti da taglio o contundenti.

La gang di giovani sanguinari è davvero inquietante. Freddi, di poche parole e abilissimi con le armi. Si tratta di una vera e propria setta, abbigliati come degli squadroni della morte latinoamericani. Il film sembra nascere da alcune atmosfere da saloon nate con la Contestazione post Vietnam e forse è così. Una città semi deserta ed in mano alle violente gang. Il caos. Un clima in cui si respira malcontento e angoscia. Sì, c’è tutto questo, ma Carpenter non si lascia andare a facili melodrammoni post-bellici e ci regala un solido prodotto d’horror-azione da vedere e rivedere.

FRANCESCO PASANISI.

Easypedia: Vasco Brondi

Vasco Brondi è un cantautore e musicista ferrarese. La sua vita è intersecata fra insiemi fatti di pettini volanti innamorati di marmellate miste a sanguisughe con ali che vomitano dei licaoni ripieni di merda sui volti dei giovani innamorati che limonano con antenne della televisione sulle loro lingue in cui papille gustative estimatrici di Jean Paul Sartre avvisano Damon Vayans di “Tutto in Famiglia” che è una serie mediocre rispetto alle pellicole di Pudowkin.

Dopo questa breve parentesi cremosa e di velluto della sua vita di Pasqua, Brondi frequenta scuole di marzapane coi gatti sui cornicioni. Ottiene il massimo dei voti alla fine di tutte le scuole dell’obbligo e, dopo aver ricevuto il diploma con bacio accademico da uno Zulù della Motta che si scioglieva, il Nostro sceglie il mestiere più efficace per mettere da qualche parte le supercazzole scritte fino a mo. Prende, quindi, la strada del cantante Indie-Rock.

Nel 2007 incide un demo autoprodotto dal titolo “Le Luci Della Centrale Elettrica”, omonimo della band di depress…esaurit…sballon…ehhm scusate, di musicisti formatasi con Brondi. Ci furono anche diverse scelte per il nome. Prima volevano chiamarsi “Travolti Da Un Insolito Destino Nell’Azzurro Mare D’Agosto”, ma la Wertmuller li citò per violazione del copyright. Secondo tentativo fu di chiamarlo “La Nebbia agli Irti Colli Piovigginando Sale E Sotto il Maestrale Urla E Biancheggia Il Mare Ma Per Le Vie del Borgo Tra Il Ribollir Dei Tini Va L’Aspro Odor Dei Vini L’Anime A Rallegrar Gira Sui Ceppi Accesi Lo Spiedo Scoppiettando Sta Il Cacciator Fischiando Sull’Uscio A Rimirar Tra Le Rossastre Nubi Stormi di Uccelli Neri Come Esuli Pensieri Nel Vespero Migrar”. Sembrava la scelta giusta, finché Nello, bis-nipote di Vasco Brondi chiamato -dallo stesso zio- Adradonte Trionfale Oscuro Davonda Sinatoerij così è autoconvinto di avere parenti letterati e introspettivi, non ascolta ad alto volume il remix del Carducci fatto da Fiorello nel 1994. Da qui la decisione di chiamarsi “Le Luci Della Centrale Elettrica”. Questo sulla base di un terrificante sorteggione fra tre idee:

  1. Imbiancando Draghi Alati in Orinoco.
  2. Le Luci Della Centrale Elettrica.
  3. Vasco Brondi E I Suoi Sbrondamente Introspettivi Sbrondati.

Un anno dopo, il 2008, insieme ad un altro musicista famoso per affabilità e simpatia (Giorgio Canali), le “Luci” producono il loro primo lavoro discografico: “Canzoni Da Spiaggia Deturpata”. Il disco è diventato famoso per un sound avvincente ed una serie di testi uno più coinvolgente dell’altro. I testi, sostanzialmente, narravano di cetacei in cravatta che registravano “Paso Adelante” su VHS da 240 in LP e invitavano in casa amebe amanti della corrente “Maudìt” francese insieme ad un wafer di Castellamare di Stabia noto per il suo aplomb brillante col gentil sesso misto a lumache tedesche in accappatoio trovatesi sull’orlo di un precipizio formato da una meringa al forno su un panettone. Su un panettone. Su un panettone. Su un panettone. Su un panettone.

Da qui inizia una serie lunghissima di concerti. Nando Pagnoncelli ha creato un cartello interessante circa le fan:

  • Lo seguono sobriamente (4%).
  • Da lontano si sente puzza di sangue perché sono fan di tipo Emo che si tagliano e/o gente trascinata lì a vederli suonare (25%).
  • Groupie che scrivono cose su Facebook tipo “Se ami qualcuno, tienilo stretto, ma lascialo libero di sognare” e stronzate simili e che ai live si tolgono il reggiseno piangendo e sgualcendo il loro trucco pseudo darkoide che le fa sembrare una maglia della Juventus presa a basso costo e lavata pesantemente (45%).
  • Altro (fan maschi che inglobano le 3 categorie sovrastanti in un unico corpo) (26%).

Ancora oggi Brondi è attivo. Di recente è stato vittima designata degli spettri di Monicelli, Germi e Tognazzi per motivi sempre di Copyright. I tre spiriti non digeriscono ancora il fatto che il Nostro abbia rubato loro tutte le supercazzole.

Esempio di testo brondiano:

“In quanto il grande Puffo

che è sul mio comodino

non mi dà pace

io verrò.

In quanto i fazzoletti

sono di carta legno

non vengono

a prendere il tè.

In quanto le antenne all’olio

son buone come pane caldo

la ricotta

mi conquisterà….

…..E i presepi nei nostri giorni vuoti d’isolamento in un fiammifero acceso da Wyle Coyote in una puntata di Colpo Grosso lessata alla genovese in un tampax di Fiammetta Cicogna che balla il Meneito in una balera fatta di marron glaces avariati espettorati da un licaone somigliante ad un tv color fatto di collutorio e di una torta rancida piena di amori finiti e lacrime tacite finite poi nel sugo di carne con code di rospo servito in teschi di bimbi trucidati da banane a salveeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee……………….”

Oppure:

“Il Mattino Ha L’Oro in Bocca. Il Mattino Ha L’Oro in Bocca. Il Mattino Ha L’Oro in Bocca. Il Mattino Ha L’Oro in Bocca. Il Mattino Ha L’Oro in Bocca. Il Mattino Ha L’Oro in Bocca. Il Mattino Ha L’Oro in Bocca. Il Mattino Ha L’Oro in Bocca. Il Mattino Ha L’Oro in Bocca. Il Mattino Ha L’Oro in Bocca. Il Mattino Ha L’Oro in Bocca. Il Mattino Ha L’Oro in Bocca. Il Mattino Ha L’Oro in Bocca. Il Mattino Ha L’Oro in Bocca. Il Mattino Ha L’Oro in Bocca.”

FRANCESCO PASANISI.

DIZIONARIO HORROR DEL MERCOLEDI’: ARMATA DELLE TENEBRE (L’)

L’ARMATA DELLE TENEBRE

Giudizio: ****

(The Army of Darkness: Evil Dead III, USA 1993, col. Final Cut 81’ Director’s Cut 96’)

Di Sam Raimi. Con Bruce Campbell, Embeth Davidtz, Ian Abercrombie, Marcus Gilbert, Richard Grove, Ted Raimi, Bridget Fonda.

Per chi vuole il DVD, cliccare...

Si tratta di un “La Casa 3” ufficiale e non i sequel apocrifi (e tutto sommato bruttarelli) realizzati a casa nostra da Clyde Anderson (Claudio Fragasso) e Umberto Lenzi. Continua la saga di Ash (Bruce Campbell), imbranato ragazzotto che per cause di forza maggiore diventa uno dei più cruenti e simpatici ammazzamostri della storia cinematografica americana. Ne L’Armata delle Tenebre il nostro eroe si ritrova catapultato nel medioevo, trascinato da un potente vortice spazio-tempo che abbiamo già incontrato alla fine de La Casa 2 (1987).

Come in un “Ritorno al futuro” in salsa macabra, Ash scopre che il Necronomicon, libro rilegato in pelle umana e scritto col sangue, è il responsabile del risveglio di demoni sumeri che, nel presente, gli rovinarono la scampagnata con gli amici. Ash, secondo i veggenti della corte di Artù, è l’uomo il cui nome è nella profezia. L’uomo che consegnerà il Necronomicon ai “buoni” e sconfiggerà il Male per sempre. Grazie a tecnologie che i medievali ancora non conoscono, Ash viene eletto come autorevole guida per l’impresa, superiore anche ad Artù (che inizialmente non brilla in bontà, visto che getta i propri nemici in un pozzo in cui c’è una coppia di mostri sanguinari). Il mago istruisce Ash su come prelevare il Necronomicon: recarsi in un cimitero sconsacrato, prenderlo e recitare “Klaatu Verata Nikto”. Ash annuisce e si mette in marcia, ma nel frattempo il Male fa una copia di Ash stesso, che però viene fatta a pezzi e sepolta e il Nostro si reca al cimitero, prende il libro e…sbaglia le parole magiche. Da qui in poi i maghi della stop motion si sono divertiti e ci hanno fatti divertire mostrando scheletri redivivi simpaticissimi e snodati che si preparano alla battaglia. Il loro capo è Evil Ash, la copia NON conforme del protagonista.

Il Sam Raimi di questa “Casa 3” amplifica il suo gusto ber la comicità slapsticks (e cioè quella basata sul linguaggio del corpo) tanto cara alle comiche mute e ai cartoni animati. Con questo film ci si avvicina inesorabilmente al “grande botto” di Drag Me To Hell (2009), ultimo film di Raimi in cui si mescola l’horror demoniaco e raccapricciante con una comicità alla Tex Avery, anche se questa pellicola è un po’ più drammatica dell’”Armata”. Effetti sonori alla Looney Tunes, situazioni fanta-comiche (da antologia la scena di Ash che si sdoppia, vera perla del cinema fantastico) e dialoghi contemporanei inseriti in bocca a gente del XII secolo.

Le scene d’azione, horror e di fantascienza sono girate volutamente in maniera vintage, mescolando le metodologie dei vecchi film di Corman, Bava e colleghi tutte insieme. Abbiamo la stop motion per far muovere alcuni mostri, un sobrio make up per le comparse “zomboidi”, sovrapposizioni di proiezioni pre registrate nella scena in cui gli Ash “lillipuziani” si vogliono tuffare in bocca al malcapitato e altre bizzarrie del genere, coniugate, ma non sempre, con i moderni effetti speciali.

L’Armata delle Tenebre è un NON horror che sembra girato da un giocattolaio impazzito che vuole mettere in mostra la propria merce artigianale attorno ad una trama epica, brillante e comica.

Il film è distribuito, oltre che in una normale versione, in DVD Director’s Cut con 15 minuti circa in più.

Curiosità

  • Ted Raimi, fratello di Sam, ha il doppio ruolo da figurante. È un guerriero medievale e il commesso del negozio in cui Ash lavora.
  • La formula “Klaatu Verata Nikto” è presa dalla frase “Klaatu Barada Nikto” pronunciata dall’alieno pacifista in Ultimatum alla Terra (1951) di Robert Wise.
  • In un finale alternativo Ash, dopo aver sconfitto il Male nel medioevo, beve la pozione per tornare nel presente, ma sbaglia a dire la formula e si risveglierà in un futuro post apocalittico in cui tutto è distrutto.
  • La scena in cui Ash si dirige al mulino ha un girato e montato originale di 5 minuti circa in più. È stato poi ridotto.
  • Il film è costato 11 milioni di dollari, ma ne ha incassati solo 21 e mezzo.
  • Raimi nel 2009 ha annunciato di essersi messo al lavoro per un quarto episodio “Evil Dead”, con Campbell che fa Ash, ma sinora nulla è stato confermato.
  • Bruno Mattei, regista italiano, si è ispirato a L’Armata delle Tenebre per La Tomba (2004), un suo direct-to-video.
  • Tiziano Sclavi undici anni prima scrisse un soggetto per Zagor molto simile a quello del film. L’albo è L’Orda del Male, numero 196.

FRANCESCO PASANISI.

I NON-FILM DELLA DOMENICA: DECAMERON PIE

Se credevate che qualche decimo di febbre mi impedisse di smerdare un non-film….Siete degli illusi! Oggi parliamo di un curioso esperimento: “Decameron Pie” (2007) di David Leland. Il film, con la scusa di un povero malcapitato Giovanni Boccaccio messo in mezzo a occhio, ci propina il solito “festival della sega”. Niente da dire, su quest’aspetto è un’opera riuscitissima, ottimi “vedo/non vedo” e rattusaggini gratuite pronte ad eccitare tutti noi. Il problema, in effetti, riguarda tutto il resto del film. Tolte le scene erotiche è un frappè di cazzate e situazioni squallide e infantili. Io l’ho visto per caso e tra una scena di sesso e l’altra ho: lavato i piatti del pranzo, cucinato l’amatriciana in bianco, l’ho mangiata, ho lavato i piatti, ho postato roba su Facebook e ho pensato a chi limonare in una festa, dopodiché sono tornato a vedere il film perché c’era una scena di sesso. Il vuoto torricelliano in pellicola.

La locandina, il sottotitolo dice tutto..

“Decameron Pie” mischia (male) diversi racconti di Boccaccio, tra cui quello delle suore ninfomani e bbone. Il peggiò non è, però, ancora finito. Tra gli attori protagonisti abbiamo Tim Roth, il grande attore inglese che, evidentemente, aveva bisogno di filigrana per ultimare il suo “green” del giardino di casa. Ah, scusate, stiamo a metà film ora, mi ero distratto. Ecco, ora ci sono due che, avendo rinunciato alla castità pre-coniugale, stanno alegramente trombando come mufloni davanti ad un albero..aspè, aspè…ecco, finita la scena.

La Canalis che fa la suora, e io sono dell'UDC

Dicevamo? Ah sì, il Non Film. Allora, è ripugnante gettare dal Monte Taigeto due grandi come Tim Roth e Giovanni Boccaccio unicamente per dare apocrifi sequel ad un fortunato festival della seg..ehmm scusate….ad una serie fortunata come “American Pie”.

Beh, io vi mollo per ora. Sta per uscire un’altra scena di sesso, a dopo.

FRANCESCO PASANISI

Una sequenza che mi ha quasi fatto bruciare il sugo.

Evidente impreparazione sull'anatomia zoologica.

I FILM DEL SABATO: CHE FINE HA FATTO TOTO’ BABY?

Tutte le autorevoli pubblicazioni cinefile e cinematografiche hanno considerato il film “Che Fine Ha Fatto Totò Baby?” (1964) un prodotto scadente e mediocre. In realtà è uno dei migliori esperimenti cinematografici italiani degli anni Sessanta. Diretto da Ottavio Alessi e, per buona parte, da Paolo Heusch, il film è nato con l’intento, di Heusch, di rifarsi dal flop de “Il Comandante” (1964), una commedia drammatica intimista sempre con Totò come protagonista. 

“Che Fine Ha fatto Totò Baby” è una palese parodia del celebre “Che Fine Ha Fatto Baby Jane?” (1962) di Robert Aldrich, con Bette Davis e Joan Crawford. La trama è simile per alcuni versi, fatta eccezione per alcuni dettagli non trascurabili. La Davis e la Crawford sono due sorelle, di cui una inferma, che hanno un rapporto di odio e servo/padrone. Totò e Pietro De Vico sono due fratelli che, come le donne di Aldrich, si esibiscono negli auditorium in show per bambini, ma hanno come genitori un magnaccia e ladro (sempre Totò) ed una prostituta (Olimpia Cavalli). Totò e Pietro continuano, nel corso della storia italiana, con i furti e gli scippi. Le sorelle di “Baby Jane” hanno una vita normale agli occhi degli altri. Totò, già cattivo, diventa un truce psicopatico dopo aver ingerito della marijuana. La Davis è pazza già dall’inizio del film di Aldrich.

Dopo un lungo intro con Totò Baby da bambino e il fratello Pietro che parodiozzano la prima scena di “Che Fine Ha Fatto Baby Jane?” con scenetta di Totò e Castellani nel finale, dopo aver percorso i decenni storici italiani del ‘900 in cui Totò Baby e Pietro commettono crimini ovunque, il film ci porta in un mix fra diverse parodie: il giallo, il poliziesco, il noir, il thriller e il drammatico. Cinque generi allegramente parodizzati, grazie anche alla capacità d’improvvisare di Totò e alla sua spalla De Vico. I due fratelli, ad un certo punto del film, decidono di commettere piccole e grandi rapine in pieno giorno in centro. Iniziano prima con la Previdenza Sociale. Vediamo un bieco Totò, che sembra uscito da un film di Howard Hawks, pedinare con sfollagente in mano, un’anziana che ha ritirato la pensione. Senza remore la tramortisce e le ruba la busta. Ci prova Pietro, ma viene aggredito perché ha scelto una “vittima” abbastanza robusta e grande. Pietro è in ospedale, Totò Baby gli fa visita e lo picchia per la sua inettitudine. Da qui capiamo ancor meglio la ferocia di Totò Baby e la poca intelligenza di Pietro.

Fra maltrattamenti e stupidità, i due proseguono la loro dubbia attività. Rapinano viaggiatori alla stazione fingendosi facchini. Totò Baby è sempre freddo, impeccabile e capace. Stranamente anche Pietro lo è, la sua valigia rubata è grossa quanto quella del truce fratello. Tornati nel covo, però, scopriranno che nella valigia di Pietro c’è un cadavere. Per sbarazzarsene finiscono, dopo sketch imperdibili fra i due, in una villa di un certo Mischa Hauber (Mischa Hauer) un anziano russo che coltiva marijuana e che dà festini a base di fumate pazzesche. Mischa e i due fratelli raggiungono un accordo: il silenzio da parte del russo circa il cadavere in cambio dell’uccisione di sua moglie. Totò Baby riesce a ucciderla, ma la donna, ormai cadavere, gettandola dalla finestra finisce su una gamba di Pietro, rompendogliela. Totò Baby, così, ricatta Mischa in cambio di un sistemazione e, un giorno, scambiando la marijuana coltivata in giardino per insalata, ne mangerà un bel po’ fino a diventare un efferato assassino.

“Che Fine Ha Fatto Totò Baby” è uno dei primi horror-comici italiani. Dopo “Totò Diabolicus” (1962) di Steno, probabilmente si è voluto rifare lo stesso colpaccio, unendo il nero mortifero con i film di Totò. A nostro avviso, in barba a noiosi parrucconi della critica, è stato un ri-colpo davvero riuscito. Il film sembra fondere insieme anche un pessimo cortometraggio americano gesuita anni Trenta dal titolo “Reefer Madness”, in cui, in maniera bigotta, assistiamo agli effetti dell’erba su alcuni partecipanti ad una festa. Fumando e fumando diventeranno anche loro sadici killer ghignanti come Totò in questo film. Nella pellicola di oggi, però, la politica e il moralismo non c’entrano.

Lo humour nerissimo è davvero troppo per fare polemiche conservatrici. Memorabili alcuni momenti horror. La scena in cui Totò, già impazzito, spezza a martellate le gambe del fratello ha un forte impatto; per non parlare degli altri omicidi, due fra tutti, i modi in cui le escort di Micha (le attrici tedesche Hivi Holzer e Alicia Brandet) soccombono alla furia omicida del Principe Della Risata. Non capita in tutte le commedie popolari di vedere Totò strangolare in maniera violenta e sciogliere nell’acido due belle fanciulle. 

Finale che, come l’inizio, parodizza “Che Fine Ha Fatto Baby Jane?”. Consigliato ai fan del macabro e a quelli di Totò.

FRANCESCO PASANISI