I FILM DEL SABATO: DYLAN DOG, IL TRILLO DEL DIAVOLO

Ci scusiamo per l’inadempienza, ma c’è di mezzo un romanzo, V.R.O.L.O.K., e un film, Il sepolcro, da continuare e terminare. Oggi si ritorna alle pellicole saturnine, dopo tanto. Cogliamo l’occasione per recensire “Dylan Dog, Il Trillo Del Diavolo” (2012) un film indipendente scritto, diretto interpretato (e pure filmato, montato e musicato, cosa vi ricorda questo modus operandi, carissimi? 🙂 ) da Roberto D’Antona, un nostro “collega” che, per altro, ha fondato la Grage Pictures, un marchio indipendente (come il nostro) e pugliesissimo (come il nostro).

Il “cugino” D’Antona ci regala un mediometraggio indipendente dedicato al più famoso super eroe senza calzamaglia italiano: Dylan Dog. Il film supera, in qualità e fedeltà, nettamente quella boiata di “Dead Of Night”, vero e proprio stupro nei confronti di Dyd. In “Dylan Dog, Il Trillo Del Diavolo” ci sono tutti; il Nostro Eroe ma anche Bloch e Groucho. Il low budget dell’opera rende acora meglio l’aria fumettistica che pervade l’intero film, la storia è un mix tra “Inception” (2010) di Christopher Nolan e l’immortale poema epico “La Divina Commedia” di Dante. Il tutto è “affogato” nelle istanze dylandogghiane di humour e paranormale. Come accade anche nei nostri film, a volte l’accento degli attori è in contrasto con il luogo in cui si ambienta la vicenda. Chissenefrega, fondamentalmente, è un dettaglio assai marginale in confronto agli effetti splatter molto curati, alla storia visionaria, alle grouchate e allo zelo (benevolo) che la Grage Pictures ci ha messo nel ricreare il mondo Dyd nei minimi dettagli. A noi il film è piaciuto (specie un vampirico Xabaras nel finale). Non vi rovineremo la sorpresa con spoiler e bastardate simili, il film lo trovate su YouTube.

FRANCESCO PASANISI.

I FILM DEL SABATO: KINSEY

Ha sicuramente precorso, senza volerlo, la filosofia beatnik del Libero Amore, tuttavia gli studi dell’entomologo, biologo e sessuologo Alfred Kinsey possono essere contestati unicamente per il fatto di aver considerato il sesso una pratica meccanica senza implicazioni emotive, il che è errato. Questo è,  però, un errore trascurabile dato che i suoi due saggi scientifici sul sesso “Il comportamento sessuale dell’uomo” (1948) e “Il comportamento sessuale della donna” (1953),  oltre che a “sdoganare” abitudini sessuali ritenute all’epoca dei crimini (sodomia, omosessualità ecc..), hanno messo a nudo quella violenza sessuofobica e quella perversione diffusa negli States che erano coperte da una sorta di “crosta” fatta di perbenismo ed ipocrisia.

Il tema, per l’epoca, era deprecabile. Il povero prof. Kinsey, figlio di un padre bigotto che si scoprirà poi malato compulsivo di autoerotismo, è riuscito, nonostante tutto, a compiere la sua missione. Ha esordito con lezioni universitarie sul sesso davvero fuori dal comune, con temi, proiezioni e domande all’epoca impensabili. Poi si è gettato a capofitto in un progetto di ricerca sociale basato sulle abitudini  erotiche degli americani. Tramite i suoi sondaggi, i questionari e persino gli studi audiovisivi sui  rapporti sessuali umani e non, oggi possiamo sfogliare un’accurata antropologia genitale dell’essere umano. Kinsey, in tutto ciò, ha seguito lo stile di vita del Bonobo, il quale si accoppia come atto meccanico e di piacere. Se ne può discutere, ma l’importanza del suo testamento spirituale e scientifico è grande. Peccato che il Nostro si sia spinto troppo in là, almeno secondo la morale anni Cinquanta, infatti gli sono stati tagliati i fondi sino a spingerlo a incontrare, follemente, nuovi piaceri sessuali da studiare (finisce anche col pungersi a sangue il prepuzio per vedere cosa si prova).

Nel mondo del grande schermo, il regista Bill Condon, scrive e dirige “Kinsey” (2004), il film-biografia che illustra la vita e l’opera di questa “mosca bianca” del mondo accademico statunitense. Kinsey è interpretato magistralmente da Liam Neeson, il quale rende in maniera molto realistica la personalità tormentata, libertina e geniale dello scienziato. Il film è ricco di scene sessualmente forti, ma tutto in nome della biopic e della scienza.

Gradevole l’alternanza di montaggio fra il bianconero e il colore nonché il dinamico collage di volti durante una sequenza in cui alcuni intervistati rispondono alle domande usate, poi, per stilare il Rapporto Kinsey (ossia il progetto dei due libri). “Kinsey” si aggira fra la commedia, l’erotico e il dramma in stile Paul Thomas Anderson (regista di “Boogie Nights” e “Magnolia”).

Assolutamente da vedere, se non altro per passare due ore di assoluta convivenza pacifica fra la scienza ed un film realizzato in modo toccante e in certi casi divertente al tempo stesso. Bravo Condon..peccato che poi hai diretto “The Twilight Saga”.

Prodotto da Francis Ford Coppola.

FRANCESCO PASANISI.

I FILM DEL SABATO: BURN AFTER READING

Cari easyphonati d’Italia, perdonate l’assenza quasi totale di rubriche per questi 30 giorni passati, ma eravamo impegnati con le Amministrative. Oggi, però, si ricomincia. Con i nostri bravi 18 voti leccesi riprendiamo i sabati cinefili con “Burn After Reading” (2008) dei fratelli Coen.

Il film vede uno psicotico agente del tesoro, Harry Pfarrer (George Clooney) barcamenarsi fra allergie isteriche, paranoie e manie personali nonché fra un matrimonio in crisi compensato dalla relazione con Katie Cox (Tilda Swinton) una teutonica e fredda pediatra sposata, a sua volta, con Osbourne Cox (John Malkovich), analista della CIA auto-licenziatosi per questioni di alcolismo. Questo trittico incappa, nolente, in una sarabanda di situazioni grottesche a causa di un file testuale scritto da Osbourne, una sorta di memoriale del suo lavoro alla CIA.  Il documento finisce nello spogliatoio della Hard Bodies, una palestra locale. A trovarlo è Chad Feldheimer (uno svampito e truzzo Brad Pitt) un istruttore del posto, amico di Linda Litzke (Frances Mc Dormand), personal trainer della stesa palestra, vogliosa di ringiovanire la sua mezza età tramite costosissimi interventi di chirurgia estetica. Il resto è un carosello grottesco-morboso-comico splatter che conduce ad un finale dialogato che fa scattare allo spettatore una inevitabile risata liberatoria.

Autori molto prolifici, i Coen Bros nel 2008 sfornarono due follie di seguito. “Burn After Reading” viene subito dopo il western metropolitano “Non è Un Paese per Vecchi”. Quest ultimo ha, però, oscurato “Burn” quasi ingiustamente. Si tratta di due film totalmente diversi e perciò è impossibile fare dei paragoni sulla qualità. “Burn After Reading” ha tutto il diritto di entrare nelle bacheche dei grandi film del Terzo Millennio. Umorismo yiddish, dramma psicologico misto a comicità, situazioni pulp, fotografia da spy movie anni ’80, ritmo serrato e un Brad Pitt comico e gigione che vale tutto il prezzo del biglietto.

Nel film ritroviamo la brillante Mc Dormand, già attrice per i Coen in “Fargo” (1996), nel ruolo di una coraggiosa poliziotta in dolce attesa.

Memorabile la scena della splatterosa morte del bambinone Chad. E’ talmente improvvisa e quasi avulsa dal contesto scenico che diverte invece di intristire.  John malkovich è un perfetto alcolista maniaco-depresso, uno dei migliori cattivi…in una commedia.

Se potessimo dare un voto, 10 va benissimo, specie per la “fuck-machine” costruita in casa dal depresso Clooney.

FRANCESCO PASANISI

I FILM DEL SABATO: FUORI ORARIO

Qualsiasi cosa si dà a Marrtin Scorsese, eccezion fatta per il bruttarello “Gangs Of New York” (2003), diventa vero e proprio oro colato del cinema italoamericano. Questo “Fuori orario” (1987) è forse una delle opere più interessanti del cinema grottesco anni Ottanta. Abbiamo Paul Hackett (Griffin Dunne), un giovane programmatore di computer presso una società informatica newyorkese che in una notte, partendo da una cenetta con una ragazza intrigante insierme alla quale si discute sul libro “Il Tropico del Cancro” di Henry Miller, vive un’odissea incredibile fatta di gente trovata morta, crmini di strada, baristi paranoici, discoteche rock in cui è costretto a farsi la cresta punk ed il logo di un techio col cappello alla Uncle Sam che, sotto varie forme, perseguiterà il Nostro, diventando una sorta di leit motiv del Destino all’interno del film.

“Fuori Orario” è uno dei progetti più peculiari dello Zio Marty. Il vero paradigma di un cinema metropolitano e cinico, fatto di vicoli illuminati da una fotografia che va dal rosso-bruno, al porpora al blu-verdastro; la presenza costante di personaggi bizzarri e surreali, comici persino; l’apparente appagamento del protagonista, che sembra a primo acchitto quasi apprezzare l’odissea notturna che rompe la monotonia, finendo, però, per esserne tragicamente inghiottito sino alla disperazione.

Disperazione, sì, ma il film diverte e non annoia, specie nel finale demenziale che sembra uscito da uno sketch di Buster Keaton.

Anche qui Scorsese non rinuncia al gusto del macabro e delle ferite corporali; la morte, anche se ridanciana, pervade l’intera pellicola. Molto suggestivo anche il velocissimo montaggio in cui vediamo i vari tipi di ustione presenti su un libro di medicina.

“Fuori Orario” ha fatto scuola anche nella cultura italiana. L’albo n.26 di Dylan Dog, “Dopo Mezzanotte” di Sclavi e Casertano, altro non è che la versione horror-noir di questo film. Non possiamo omettere neanche l’omaggio che ne ha fatto quel compagnone di Enrico Ghezzi, ideando e onducendo il programma “Fuori Orario”, che su raitre, specie nel week end, si dà alla cinefilia più disparata per la nostra gioia.

FRANCESCO PASANISI

I FILM DEL SABATO: THE DEPARTED

A TUTTI GLI AMANTI DEL GANGSTER MOVIE!

Una domenica del novembre 2006 ho avuto il piacere, anzi l’onore, di vedere l’ultima fatica di Martin Scorsese: “The Departed” (2006).

Con questo film il vecchio Martin ritorna ai fasti degli anni Novanta e chi fra gli amanti del gangster movie puro certamente lo credeva “departed” (in italiano “dipartito”) come regista, dopo incursioni prima nel mondo zen con il semi ignorato “Kundun” e poi nel biografico e intimista “The Aviator”, potrà di certo esultare per il ritorno dello Scorsese ironico, ultraviolento, amante dell’emoglobina e ottimo conoscitore del crimine organizzato. 

“The Departed” è la bieca storia di Frankie Costello, un anziano boss malavitoso interpretato da un Jack Nicholson in formissima che ritorna a sfoggiare il famoso ghigno, un mix fra la perfidia del Satana de “Le Streghe di Eastwick” (1987) di Gerge Miller ed il sarcasmo mortale del Joker di “Batman” (1989) di Tim Burton.

Il perfido Frank Costello (Nicholson) manovra come pupazzetti del Subbuteo due sbirri ambiziosi e giovanissimi, interpretati da Matt Damon e Leonardo di Caprio. Nel film il bene e il male si mescolano come un mazzo di carte rovesciando gli archetipi del buono e del cattivo. Di Caprio, infatti, è un poliziotto violento, rissoso e farmaco dipendente imparentato con la mafia ma sostanzialmente è lui l’eroe intenzionato ad arrestare Costello, mentre Damon diventa poliziotto portando la bandiera dell’uomo integerrimo e immacolato ma è LUI ad avvisare Costello sulle operazioni di polizia contro la sua organizzazione proteggendolo. Scorsese, cattolico di Sinistra,  ritorna sui temi bene/male criticando in contemporanea la società americana in modo molto aspro denunciando le varie magagne esistenti fra forze dell’ordine, Stato e mafia.

Come al solito impeccabile -e solo pochi maestri della regia al livello di Stone, Kubrick, Tarantino e, appunto Scorsese ne sono capaci- la colonna sonora non originale. Per i pezzi che ci sono nel film, oltre che seguire la trama e l’immagine, ci si siede in platea ascoltando anche della buona musica. Specialmente il brano “I’m Shipping Out To Boston” dei Dropckick Murphy.

Chi si è fatto gli occhi con “Casinò” (1994) e con “Quei Bravi Ragazzi” (1990) celebrerà con caviale e champagne il grande ritorno di zio Marty. Non ci sono De Niro e Joe Pesci stavolta, tutto ciò che di negativo ha rappresentato la coppia italoamericana nei film precedenti è riassunto in Jack Nicholson. Il film è critico, duro, tragico ma anche spassoso, un po’ alla “Snatch” (2000) di Guy Ritchie o alla “Fargo” (1986) di Joel Cohen oppure alle pellicole tarantiniane.

Il montaggio, la dinamicità delle scene, gli schizzi di sangue elargiti con generosità, il sarcasmo pulp (ampliato da Nicholson), il cast stellare (abbiamo Mark Walberg, Alec Baldwin e un redivivo e saggio Martin Sheen) ci riprtano alla trilogia della mafia iniziata da Scorsese con “Mean Streets” (1973). “The Departed” non è esattamente un quarto figlio della triade criminosa, essendo per lo più improntato su malavitosi irlandesi che italiani, ma ha comunque il suo posto d’onore fra i migliori gangster movie girati dal 1930, l’epoca di “Nemico Pubblico” con James Cagney.

FRANCESCO PASANISI

I FILM DEL SABATO: RATATAPLAN

“Ratataplan” (1979) oltre ad essere un film di e con Maurizio Nichetti, è anche l’onomatopea ipotetica del rullo di tamburi. Mai titolo più azzeccato per un film come questo.

Il neolaureato ingegner Colombo (Nichetti), fantasioso e geniale omino che in tutto il film non spiccica parola, vive diversi episodi comico-surreali legati alla propria intenzione di cercare lavoro. Le situazioni ci fanno ridere, ma un po’ dispiace per un Archimede Pitagorico in carne ed ossa che riesce a costruire marchingegni che gli servono al letto caffè e vestiti e che tuttavia resta disoccupato. Nel primo episodio Colombo è convocato per un test ingegneristico di design. La prova consiste nel disegnare un albero. Colombo non lo supera per aver illustrato un albero fiorente e coloratissimo, differente rispetto alla monotonia grigia degli altri lavori dei candidati, tutti alberi grigi, secchi e spogli. 

Il nostro genio incompreso vive in un quartiere milanese in cui si incontrano personaggi di varia umanità e molto caricaturali, quasi felliniani. Abbiamo una donna meridionale perennemente incinta (Lidia Biondi); un vecchio che, impassibile, rimane giorno e notte seduto ad una sedia in cortile; una ragazza (Angela Finocchiaro) che si diletta indossando stracci astrusi nonché un’insolita e buffa scuola di ballo in casa che ha tra le allieve un’altra ragazza (Edy Angelillo) di cui Colombo è invaghito, ma lei sembra frequentare un artista componente della compagnia Quelli di Grock.

Come seconda opportunità, Colombo viene assunto in un chiosco di bibite e panini. Il posto è terribilmente isolato e, a quanto sembra, è aperto solo per servire birre “a tempo indeterminato” all’alcolizzata ed arrogante proprietaria (Ione Greghi). Stranamente qualcuno chiede un’urgente ordinazione al telefono. Serve immediatamente un bicchier d’acqua da far bere ad un importante boss/industriale paralitico (Roland Topor) colpito da un malore. Colombo, durante il tragitto, rende il bicchiere d’acqua un intruglio imbevibile, perché la bevanda viene prima travasata per errore in un cappello da vigile urbano, poi mescolata con tempera da alcuni imbianchini, poi riempita di becchime per piccioni, affumciata con gli scarichi di macchine e, infine, nell’ascensore dell’edificio in cui c’è il boss, una mosca ci affoga dentro. Colombo e i gregari del boss, come se fosse niente, gli fanno bere l’improponibile intruglio e, miracolo del surrealismo comico, il malato non solo rinviene, ma addirittura si alza dalla sedia a rotelle e saltella. Da qui in poi il chiosco diventerà  una specie di “Lourdes” dell’idroscalo. Colombo ripeterà perfettamente tutti i passaggi di preparazione del miracoloso beverone donando le gambe a molti paraplegici e la proprietaria, che già si sentiva Gesù Cristo, viene santificata e sovvenzionata dal boss. Colombo, vero artefice del miracolo, non buscherà niente.

La penultima avventura del Nostro è vissuta insieme all‘amichetto della ragazza di cui è invaghito. Colombo, per sbarcare il lunario con velleità artistiche, diventa membro della Copperativa Teatrale Quelli Di Grock, una filodrammatica circense itinerante nel milanese. Il rivale in amore ne fa parte, sarà uno sputafuoco imbranato e improbabile. Lo spettacolo da inscenare è in una nebbiosa zona rurale del capoluogo lombardo. L’autoritario impresario della Compagnia (Enrico Grazioli), entra in una casa popolare disordinata e piena di carabattole in cui, nacosti un po’ ovunque, dormono Quelli Di Grock. L’impresario, dopo aver ripulito la loro tavola da avanzi di cibo, li sveglia bruscamente con una tromba. Gli artisti iniziano così un surreale modo di sbrigarsi ed uscire. Dopo file chilometriche per lavarsi ad uno scassato lavandino, si occupano delle stoviglie, pulendole ed asciugandole come in una catena di montaggio da cartone animato. Escono tutti da casa, tra cui uno dei “Grock” che dorme comatosamente in un sacco a pelo e messo sul portapacchi del loro furgone viaggiante. L’impresario scaraventa a terra un bidone dell’immondizia e da là esce Colombo, pronto a partire. La Compagnia, arrivata al luogo da destinarsi, dopo diverse peripezie comiche, allestisce l’improbabile “Magic Show”, uno squallido teatro di strada che, oltre alla pochezza artistica, vandalizza le fattorie circostanti. Quelli di Grock verranno inseguiti con i forconi. 

Ultima avventura per Colombo. Vuole a tutti i costi conquistare la ragazza che gli piace. Essendo troppo timido, costruisce un robot con le proprie fattezze monitorato e comandato a distanza. La ragazza ed il cyborg di Colombo vanno in discoteca, solo che qualcosa va storto, il meccanismo va in blocco e il robot fa ripetutamente il gesto “da bere per due” rendendo la ragazza completamente ubriaca. Nel frattempo Colombo incontra la ragazza degli stracci (la Finocchiaro) con cui, dopo essersi divertiti indossando vestiti buffi, amoreggerà sepolti da stracci vecchi.

E’ un film muto? Una commedia slapstick? Un nuovo “Hellzapoppin” (film surreale comico del 1941 di Henry C. Potter)? Una commedia felliniana in stile cartoon? Sì, è tutto questo insieme. “Ratataplan”, film d’esordio di Maurizio Nichetti, è un vera e proprio bomba comica e surreale. Tutto ciò che succede di strano, nel film è incondizionatamente consueto. Nichetti ci presenta un paradosso anti-disoccupazione che fa veramente divertire tutti. Adulti e bambini.

“Ratataplan” entra con tutti gli onori nella bacheca dei capolavori del cinema comico e in quello “circense”, insieme a “Tempi Moderni” (1936) di Charlie Chaplin, da cui pesca qualche spunto, ai corti del cinema muto famoso di Harold LLoyd e Buster Keaton (Colombo fa un sacco ridere ma lui non ride mai) e a “I Clowns” (1970) di Federico Fellini. Qui si ride sempre, anche nei momenti di riflessione (il tirare a campare del protagonista, i “capi” sempre autoritari, ottusi e violenti ed il sottoproletariato dei rioni popolari).

Nichetti ha girato un cartoon dal vivo con soli 100 milioni di lire, inserendo anche realtà locali (qui assolutamente autoironiche) del panorama artistico milanese; la scuola di mimo Quelli Di Grock è esistita sul serio e fondata da Nichetti stesso. La scena dedicata a Quelli Di Grock è presa da un documentario (“Magic Show”) di Nichetti stesso girato in precedenza. 

Pochi soldi, tante idee, niente convenzioni.

FRANCESCO PASANISI

I FILM DEL SABATO: ASSASSINI NATI

Peccato non si siano ben capiti e di conseguenza non hanno più collaborato ad altre follie divertenti per il cinema, perché “Assassini Nati” (1994) è un filmone partorito da due tizi che, come dice la famosa frase, “insieme non possono uscire”. Quentin Tarantino ha scritto il soggetto, Oliver Stone lo ha diretto e sceneggiato. I due ragazzacci, però, hanno litigato, ma di brutto e per un concorso di colpa. E’ vero che Tarantino si era un zinzino incacchiato per il fatto che Stone aveva preso solo il soggetto per poi riscrivere tutta la sceneggiatura, ma è vero pure che non puoi consegnare ad un cineasta “politicoso” come Ollie, un copione che è fondamentalmente la versione citazionista, scanzonata e pulp di “La Rabbia Giovane” (1971) di Terrence Malick. Un litigio, quindi, talmente pesante che i due non hanno mai più lavorato insieme. Ora, è vero che resta la curiosità di come sarebbe statyo il film “fedele” a Tarantino, ma è vero pure che la revisione di Stone più la trama di Quentin ha tirato fuori un film profondo, dinamico, pulp, comico ed interessante. 

La vicenda di “Assassini Nati” ruota attorno a Mickey Knox (Woody Harrelson) e Mallory Wilson (Juliette Lewis), poi sposata Knox. I due giovani e simpatici sposi novelli, dopo aver ucciso i genitori di lei (in nome del politically correct si dà un’attenuante al crimine, in quanto il padre è un violento alcolista stupratore e la madre non si oppone per nulla a questi episodi, altrimenti, probabilmente, il pubblico non avrebbe mai accettato l’omicidio di due genitori normali) vanno in giro, mangiando pejote, a uccidere la gente e fare rapine per sopravvivere in una vita “on the road”. Quando Mickey e Mallory sono in un posto qualunque, uccidono e rubano, ma solo un superstite viene risparmiato per raccontare i fatti, come in un western italiano di serie B (e qui Tarantino si sente parecchio). Tutto ciò è rappresentato in un mix lisergico fra un action movie, un horror scalcinato, un film brutto degli anni Settanta e una serie di fotogrammi acidi e a cartoon da fare invidia persino ad “Arancia Meccanica” (1971) di Stanley Kubrick. Ma sto divagando, torniamo alla storia. I due novelli sposini si imbatteranno poi nei tre veri cattivi del film: il giornalista e conduttore Wayne Gale (Robert Downey Junior) che ha fatto di loro delle star grazie ai documentari ed i report che li dedica; Jack Scagnetti (Tom Sizemore), poliziotto traumatizzato e sadico tanto quanto i criminali che cattura e Dwight Mc Luskey (un caricaturale Tommy Lee Jones), sadico e reazionario direttore del carcere di Batongo, penitenziario in cui Mickey e Mallory verranno rinchiusi.

Quentin Tarantino è presente nella trama in generale, nell’atmosfera pulp e comica e nella colonna sonora pop rock non originale (un must dei film di Quentin, vedere Pulp Fiction dello stesso anno e Le Iene del 1992). Stone è presente nel montaggio formato da diversi formati di pellicola, di fotografia, diversi colori e cartoni animati, cosa che riprenderà Rob Zombie in “La Casa dai Mille Corpi” (2005). Il nostro Oliviero Pietra si sente e si vede in dosi massicce anche nelle implicazioni socio-politiche e post vietnamiste (l’evasione da Batongo sembra un campo di battaglia di Hanoi negli anni Settanta, con granate, AK47 e armi varie).

Il film è un saggio sui mass media e la violenza in relazione ai poteri quali stampa e forze dell’ordine e alla comune opinione pubblica. Nonostante il litigio Stone/Tarantino l’edizione ultima del DVD contiene, tra le scene eliminate, due lunghi momenti esilaranti e ultrasplatter, ma esclusi nel montaggio finale per non incasinare il tutto, presenti nella sceneggiatura originale di Tarantino.

La versione ufficiale del film non è così efferata come si vuol far credere, infatti, nella quasi introvabile videocassetta dove nulla è stato omesso, il film sembra quasi un horror. Un esempio fra tutti la fine che fa Dwight Mc Luskey. Dopo essere stato linciato dagli evasi, nella cassetta vediamo la sua testa grondante sangue impalata. 

Tra gli attori il Martin Luther King dei Navajos, tale Russel Means, attore ed attivista politico per i diritti dei pellerossa.

Nel doppiaggio italiano, la voce di Mickey Knox è di Roberto Pedicini, ormai confinato (in senso buono, visto che a farlo è maledettamente bravo) a dare parole italiche a personaggi cattivi, borderline o semplicemente pazzoidi, come il Gaston de “La Bella e La Bestia” (1991) di Gary Trousade e Kirk Wise, L’Andy Kaufman (Jim Carrey) di “Man on The Moon” (2000) di Milos Forman oppure il sadico guardiano Sean Nokes (Kevin Bacon) in “Sleepers” (1996) di Barry Levinson.

FRANCESCO PASANISI