I FILM DEL SABATO: DISTRETTO 13

Una gang che celebra strani rituali con il sangue va in giro a sparare la gente per ottenere terrore e supremazia nel proprio quartiere. In contemporanea vengono trasportati tre condannati a morte verso l’ultimo miglio. Una serie di sparatorie, cruente uccisioni e blitz fanno in modo che poliziotti, superstiti del quartiere (tra cui un uomo di mezza età che ha visto uccidere sua figlia con un unico e cruento sparo al petto e con una freddezza spiazzante) e gli stessi condannati dovranno lottare duro, all’interno del distretto numero 13, per fermare l’orda assassina della gang, asse3tata del loro sangue per via della morte di un loro compagno. L’edificio dovrà essere loro baluardo difensivo e i malcapitati pronti ed armati fino ai denti. La lotta sarà dura. 

Voi direte “è un western”. No, anzi, diciamo di sì. “Distretto 13” (1976) di John Carpenter è un western travestito da action-thriller metropolitano. Il vecchio Johnny, noto regista thriller-fanta-horror, in realtà è stato conquistato in primis dal western. Molti suoi film, con i dovuti cambiamenti, sono dei western a tutti gli effetti. “Distretto 13” è il più “schietto”. Facciamo una prova, si va per dettagli: camionetta penitenziaria, pistolone con silenziatori, automobili in strada. Provate a rileggere lo stesso riassunto di sopra, però mettendoci una diligenza, colt e cavalli. Cosa esce fuori? Una versione “per adulti” e moderna di “Un Dollaro D’Onore” (1959) di Howard Hawks, film preferito di Carpenter.

Il film è cupo, dinamico e privo di qualsiasi fuoriuscita dalle tematiche azione/sparare/angoscia/terrore.

Le musiche, dello stesso Carpenter, temi elettronici post minimali, cadenzano in maniera eccellente le scene del film, specie quelle in cui qualcuno ci lascia per il regno dei più. Le riprese sembrano portare lo spettatore in soggettiva.

Questo è molto evidente nella sequenza iniziale ed in quella finale. La folla inferocita delle gang contro i “buoni” sembra davvero voler colpire te che lo guardi in salotto. Il 3D ovviamente non era quello di oggi, solo nel ’54 ci fu un isolato esperimento nel film “Delitto Perfetto” di Alfred Hitchcock, ciononostante a giudicare dalle immagini per un attimo ci si preoccupa dove vadano a finire quelle raffiche d’arma da fuoco e queglin oggetti da taglio o contundenti.

La gang di giovani sanguinari è davvero inquietante. Freddi, di poche parole e abilissimi con le armi. Si tratta di una vera e propria setta, abbigliati come degli squadroni della morte latinoamericani. Il film sembra nascere da alcune atmosfere da saloon nate con la Contestazione post Vietnam e forse è così. Una città semi deserta ed in mano alle violente gang. Il caos. Un clima in cui si respira malcontento e angoscia. Sì, c’è tutto questo, ma Carpenter non si lascia andare a facili melodrammoni post-bellici e ci regala un solido prodotto d’horror-azione da vedere e rivedere.

FRANCESCO PASANISI.

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I FILM DEL SABATO: CHE FINE HA FATTO TOTO’ BABY?

Tutte le autorevoli pubblicazioni cinefile e cinematografiche hanno considerato il film “Che Fine Ha Fatto Totò Baby?” (1964) un prodotto scadente e mediocre. In realtà è uno dei migliori esperimenti cinematografici italiani degli anni Sessanta. Diretto da Ottavio Alessi e, per buona parte, da Paolo Heusch, il film è nato con l’intento, di Heusch, di rifarsi dal flop de “Il Comandante” (1964), una commedia drammatica intimista sempre con Totò come protagonista. 

“Che Fine Ha fatto Totò Baby” è una palese parodia del celebre “Che Fine Ha Fatto Baby Jane?” (1962) di Robert Aldrich, con Bette Davis e Joan Crawford. La trama è simile per alcuni versi, fatta eccezione per alcuni dettagli non trascurabili. La Davis e la Crawford sono due sorelle, di cui una inferma, che hanno un rapporto di odio e servo/padrone. Totò e Pietro De Vico sono due fratelli che, come le donne di Aldrich, si esibiscono negli auditorium in show per bambini, ma hanno come genitori un magnaccia e ladro (sempre Totò) ed una prostituta (Olimpia Cavalli). Totò e Pietro continuano, nel corso della storia italiana, con i furti e gli scippi. Le sorelle di “Baby Jane” hanno una vita normale agli occhi degli altri. Totò, già cattivo, diventa un truce psicopatico dopo aver ingerito della marijuana. La Davis è pazza già dall’inizio del film di Aldrich.

Dopo un lungo intro con Totò Baby da bambino e il fratello Pietro che parodiozzano la prima scena di “Che Fine Ha Fatto Baby Jane?” con scenetta di Totò e Castellani nel finale, dopo aver percorso i decenni storici italiani del ‘900 in cui Totò Baby e Pietro commettono crimini ovunque, il film ci porta in un mix fra diverse parodie: il giallo, il poliziesco, il noir, il thriller e il drammatico. Cinque generi allegramente parodizzati, grazie anche alla capacità d’improvvisare di Totò e alla sua spalla De Vico. I due fratelli, ad un certo punto del film, decidono di commettere piccole e grandi rapine in pieno giorno in centro. Iniziano prima con la Previdenza Sociale. Vediamo un bieco Totò, che sembra uscito da un film di Howard Hawks, pedinare con sfollagente in mano, un’anziana che ha ritirato la pensione. Senza remore la tramortisce e le ruba la busta. Ci prova Pietro, ma viene aggredito perché ha scelto una “vittima” abbastanza robusta e grande. Pietro è in ospedale, Totò Baby gli fa visita e lo picchia per la sua inettitudine. Da qui capiamo ancor meglio la ferocia di Totò Baby e la poca intelligenza di Pietro.

Fra maltrattamenti e stupidità, i due proseguono la loro dubbia attività. Rapinano viaggiatori alla stazione fingendosi facchini. Totò Baby è sempre freddo, impeccabile e capace. Stranamente anche Pietro lo è, la sua valigia rubata è grossa quanto quella del truce fratello. Tornati nel covo, però, scopriranno che nella valigia di Pietro c’è un cadavere. Per sbarazzarsene finiscono, dopo sketch imperdibili fra i due, in una villa di un certo Mischa Hauber (Mischa Hauer) un anziano russo che coltiva marijuana e che dà festini a base di fumate pazzesche. Mischa e i due fratelli raggiungono un accordo: il silenzio da parte del russo circa il cadavere in cambio dell’uccisione di sua moglie. Totò Baby riesce a ucciderla, ma la donna, ormai cadavere, gettandola dalla finestra finisce su una gamba di Pietro, rompendogliela. Totò Baby, così, ricatta Mischa in cambio di un sistemazione e, un giorno, scambiando la marijuana coltivata in giardino per insalata, ne mangerà un bel po’ fino a diventare un efferato assassino.

“Che Fine Ha Fatto Totò Baby” è uno dei primi horror-comici italiani. Dopo “Totò Diabolicus” (1962) di Steno, probabilmente si è voluto rifare lo stesso colpaccio, unendo il nero mortifero con i film di Totò. A nostro avviso, in barba a noiosi parrucconi della critica, è stato un ri-colpo davvero riuscito. Il film sembra fondere insieme anche un pessimo cortometraggio americano gesuita anni Trenta dal titolo “Reefer Madness”, in cui, in maniera bigotta, assistiamo agli effetti dell’erba su alcuni partecipanti ad una festa. Fumando e fumando diventeranno anche loro sadici killer ghignanti come Totò in questo film. Nella pellicola di oggi, però, la politica e il moralismo non c’entrano.

Lo humour nerissimo è davvero troppo per fare polemiche conservatrici. Memorabili alcuni momenti horror. La scena in cui Totò, già impazzito, spezza a martellate le gambe del fratello ha un forte impatto; per non parlare degli altri omicidi, due fra tutti, i modi in cui le escort di Micha (le attrici tedesche Hivi Holzer e Alicia Brandet) soccombono alla furia omicida del Principe Della Risata. Non capita in tutte le commedie popolari di vedere Totò strangolare in maniera violenta e sciogliere nell’acido due belle fanciulle. 

Finale che, come l’inizio, parodizza “Che Fine Ha Fatto Baby Jane?”. Consigliato ai fan del macabro e a quelli di Totò.

FRANCESCO PASANISI

I FILM DEL SABATO-FUGA DI MEZZANOTTE

Il regista di “Assassini Nati” (1994) (Oliver Stone), il regista di “The Wall” (1980) (Alan Parker) e il Brest di “Querelle De Brest” (1982) (Brad Davis) riuniti per questa biopic estrema, violenta e politica tratta dall’autobiografia di William Hayes. “Fuga Di Mezzanotte” (1978) di Alan Parker è un film che ha suscitato polemiche sia per il periodo, vicinissimo alla vicenda che è del ’70, sia per velate accuse di xenofobia appioppate a Stone, sceneggiatore del film, per il quale gli valse un Oscar. In realtà, la storia di Hayes, giovane americano arrestato in Turchia per aver avuto addosso due chili di hashish poi maltrattato e seviziato nelle carceri locali, di xenofobo non ha assolutamente nulla. 

Quello che è accaduto al nostro sfortunato protagonista altro non è stata che una sorta di espiazione esagerata da parte delle istituzioni turche verso gli USA che, all’epoca dei fatti, aveva attriti col Paese mediorientale per via delle politiche di Richard Nixon. Hayes, quindi, è stato un capro espiatorio di un brutto incidente diplomatico ed il fatto che i secondini vengano dipinti come perversi, sadici e compiaciuti della violenza fa parte un po’ di tutto il filone carcerario del cinema, da “Le Ali Della Libertà” (1994) di Frank Darabont a “Sleepers” (1996) di Barry Levinson.

La violenza in “Fuga Di Mezzanotte”, però, è solo in parte lo specchio della vicenda realmente accaduta. Stone e Parker, certamente per motivi drammaturgici, avranno voluto un po’ esasperarne i toni e i dettagli, ma ciò non svilisce il concetto espresso dall’opera: i governi, reazionari, altro non fanno che imperare, odiarsi a vicenda e chi ci va di mezzo sono sempre i giovani che vogliono solo divertirsi e convivere civilmente. E’ un film sicuramente imperdibile per chi è interessato al cinema impegnato socio-politicamente, ma lontano dai crismi ermetici e tutto sommato pesanti del cinema di contestazione vero e proprio che va dal ’68 ad oggi. D’altro canto Stone e Parker non sono nuovi a questo tipo di cinema. “Mississippi Burning” (1988) di Parker, parla dei movimenti xenofobi anni ’60 negli USA meridionali e tutti i film di Stone (escluso l’inguardabile “World Trade Center” del 2006) sono intrisi di polemica, questioni sociali e politica.

Cast molto eterogeneo. Abbiamo, oltre a Brad Davis, John Hurt (il John Merrick di “Elephant Man”, diretto da David Lynch nel 1980) nel ruolo del tossicomane britannico Max, vittima preferita di nonnismi e maltrattamenti carcerari. Paul Smith (Bluto nell’insipido “Popeye” di Robert Altman, 1980) interpreta Hamidou, il capo dei secondini, violento e perverso. Il nostro Paolo Bonacelli (L’avvocato di “Johnny Stecchino” di Roberto benigni, 1991), si dimostra un ottimo caratterista nel ruolo negativo di Rifki, un “anziano” detenuto turco che lo spettatore, per quanto si dimostra un cattivone violento, viscido ed opportunista, odia già dopo 5 minuti dalla sua apparizione. Nei panni dell’avvocato Yesil, difensore di Hayes, Franco Diogene, attore presente in film sexy-comici anni ’70 come “Taxi Girl” (1977) di Michele Massimo Tarantini. Il giudice è interpretato da Gigi Ballista, famoso caratterista italiano che, fra i tanti, ha interpretato il Dottor Professor Giacinto Castellan in “Signore e Signori” (1966) di Pietro Germi. 

Musiche di Giorgio Moroder che, insieme a Stone sempre in veste da sceneggiatore, ha formato la stessa coppia all’interno del cast tecnico di “Scarface” (1984) di Brian De Palma.

FRANCESCO PASANISI

I FILM DEL SABATO: BATMAN

Il film non è per bambini. Cupo, noir, darkissimo e con atmosfere horror ed hard boiled. “Batman” (1989) di Tim Burton ha lanciato un guanto di sfida ai cine-fumetti d’oltreoceano. Il regista di “Beetlejuice” (1988) ha confezionato un film tratto da un fumetto, sostanzialmente, per ragazzi tratto dalla serie a fumetti creata da Bill Finger e Bob Kane (The Batman) pubblicata dal lontano 1939 sulle riviste DC Comics Inc. 

Solo che il nostro Timmy ha preferito ispirarsi più al “Il Ritorno Del Cavaliere Oscuro” di Frank Miller (autore borderline americano, padre di fumetti come “Sin City”), quindi una Gotham ed un Bat-Mondo lontano anni luce dall’atmosfera colorata, leggera e tutto sommato ingenua delle pagine anni ’40.

Nel Batman burtoniano abbiamo un Bruce Wayne (Michael Keaton) trasformatosi in cavaliere oscuro della giustizia dopo la morte dei genitori, uccisi in una rapina da Jack Napier, il quale dopo una colluttazione in un’industria chimica, diventa il Joker, superciminale intelligentissimo e circense esperto in veleni e chimica. Nel film il nostro pagliaccione preferito è interpretato da un Jack Nicholson in stato di grazia; per non parlare di quando fa quelle facce e quegli scleri alla “Shining”, là ci piace ancora di più, forse persino più figo di Batman stesso. Le origini del Joker, in questob film, sono tratte liberamente da un altro bat-fumetto controverso. “The Killing Joke” di Alan Moore (autore fumettaro di perle come “From Hell” e “La leggenda Degli Uomini straordinari”). 

La bella della storia è la fotocronista Vicky Vale, interpretata da Kim Basinger, sex simbol anni ’80 diventata famosa per “9 settmane e 1|2” (1982) di Adrian Lyne. Altra gente interessante nel cast c’è, eccome. Abbiamo Jack Palance nel ruolo di Karl Grissom, prima boss e poi vittima n.1 di Jack Napier/Joker. Il personaggio in verità doveva chiamarsi Rupert Thorne, villain politico/mafioso nemico di Batman creato nel 1974, ma era meglio non ingarbugliare vicende su vicende. Palance è stato anche il cattivo dell’action movie “Tango & Cash” (1989) di Andrej Končalovskij. Michael Cough, attore inglese che ha lavorato anche per la Hammer Films interpretando Arthur Holmwood in “Dracula Il Vampiro” (1958) di Terence Fisher, veste i panni di Alfred Pennyworth, raffinato, gentile, servizievole e brillante maggiordomo tuttofare di Batman.

“Batman”, così come il già trattato sequel “Batman Returns”, ha un insolito approccio per essere un film su un super eroe. Questo lo dobbiamo a Burton ed al cast tecnico il quale, volente o nolente, grazie anche alla fotografia, alle musiche (Danny Elfmn e Prince), alle scenografie (Anton Furst, Premio Oscar per questo film) ed al make up rende il cattivo più figo e necessario del supereroe. In questa pellicola Batman viene quasi considerato dal pubblico un fastidioso guastafeste che non ride mai, molto noioso, anche se buono, rispetto al pimpante e psichedelico Joker. 

Il cinema iconoclasta di Burton ci sorprende ogni volta. Qui vediamo non solo una revisione del rapporto triadico eroe-cattivo-pubblico, ma anche, come nel secondo, riferimenti all’infanzia trasformati in armi mortali (i palloncini tanto carini ma che sprigionano il letale Gas Smilex), humour nerissimo che contamina la cultura di massa (in “Batman Returns” il Natale e l’opinione pubblica, in questo l’apparire in Tv e la pubblicità) nonché una golosa citazione che Joker fa di Andy Warhol vandalizzando un museo “convenzionale”.

Momenti horror. Come saltarli?  Molto divertente e macabra la scena in cui il Joker parla con il cadaver di un padrino francese appena arso vivo da lui stesso. La sala chirurgica in cui joker si opera sembra uscita da “Re-Animator” (1985) di Stuart Gordon. Occhio alla dentiera-giocattolo semovente che, grondante sangue, cade dalla bocca del Joker e non dimenticate la macabra e sadica morte del cattivo.

Diluvia? Nevica? Fa freddo? Tutti e tre? Perfetto, scappate a noleggiarlo e, se lo avete in casa, guardatelo per passare un bel fine settimana.

FRANCESCO PASANISI.

I FILM DEL SABATO: TUTTI DEFUNTI TRANNE I MORTI

“Aridànghete” direte voi e avete ragionissima. E’ già la seconda volta che posticipiamo il nostro appuntamento saturnino dedicato al cinema. Nostra culpa, comunque, questo sabato è stato inderogabile un secondo impegno. Comunque transeat, parliamo del film della settimana: “Tutti Defunti tranne i Morti” (1977) di Pupi Avati. 

Questo oggetto del desiderio per gli amanti di parodie e black humour, nonostante il modo severo con cui se ne parla, a nostro avviso è delizioso. Il “Polansky della Bassa”, così com’è definito Avati nonostante diverga totalmente riguardo alla politica rispetto al regista polacco, tramite una sceneggiatura di Maurizio Costanzo (lo show man scrisse per Avati anche “La Casa Dalle Finestre Che Ridono”, del 1976), ci regala un patchwork comico-horror-grottesco che mixa sapientemente “Dieci Piccoli Indiani” , racconto di Agatha Christie e la comicità slapstick e anti horror presente in una delle opere dello stesso Polansky: “Per Favore Non Mordermi Sul Collo” (1967).

“Tutti Defunti Tranne i Morti” è uno di quei film che, una volta visti, non si dimenticano. E’ un ottovolante di atmosfere. Si prova inquietudine in tutte le sequenze dell’assassino (vestito con una tonaca nera e un cappellaccio) e si trema un po’ per la sua voce rantolante. Poi si ride di molto gusto in tutto il resto della vicenda, specie nei momenti dedicati a Dante (Carlo delle Piane) un bruttino e arguto rappresentante di libri stranamente sogno erotico della bella marchesa Ilaria (Francesca Marciano); le scene riguardanti il detective Martini (un ringalluzzito e tardo Gianni Cavina) e, ultimo ma altrettanto esilarante, risulta il personaggio di Donald (Pietro Bona), fratellastro di Ilaria tornato dalla Svizzera per le esequie del padre, è un “freak” buffo e tardo con manie masturbatorie, che tiene a freno con elettroterapia, manette e la compagnia di Hilde, un’affascinante e lussuriosa infermiera elvetica (Greta Vajan). 

Nell’opera di Avati, incombe una maledizione secolare secondo la quale, in un castello di un clan aristocratico, moriranno tutti i famigliari e la gente in qualche modo legata a loro (camerieri, generi, cognati ecc…). La leggenda si avvererà con un finale doppio con doppia sorpresa, a metà fra Conan Doyle e la già citata Agatha Christie.

“Turtti Defunti Tranne i Morti” è, inoltre, un omaggio all’hard boiled. Delle Piane è vestito come Humphrey Bogart nei sui film (borsalino ed impermeabile). Fra gli altri interpreti Bob Tonelli (Ariano, fratello di Ilaria), finanziatore assiduo e amico di Avati, già Balsamus in “Balsamus-L’Uomo di Satana” (1968) sempre di Avati. Nel ruolo dell’americo-barese Buster, nuovo marito della vedova, Michele Mirabella, che quattro anni dopo verrà mangiato da alcuni ragni giganti ne “L’Aldilà…E Tu Vivrai nel Terrore” (1981) di Lucio Fulci. 

Indimenticabili alcune tecniche di uccisione. Quella che ci piace di più è il phon che funziona come un revolver, uccidendo Ottavio (Luciano Bianchi) fratello del defunto Marchese Ignazio (Andrea Matteuzzi), la “salma” attorno alla  quale ruota la vicenda.

Ideale per passare una serata in cui si “muore” dal ridere.

FRANCESCO PASANISI

I FILM DEL SABATO: AMERICAN POP

Una grafica vintage, colori acidi e psichedelici, una playlist “colta” e gradevole ed una trama da saga familiare in versione, appunto, Pop. Questo è “American Pop” (1981) di Ralph Bakshi. Il film è stato girato, probabilmente, sulla scia di “The Wall” (1979) di Alan Parker, infatti si tratta di un concept-album in versione filmica animata. A differenza del kolossal delirante di Parker, però, l’epopea dei protagonisti di “American Pop” arriva da lontano fino al 1981 e con una rosa molto eterogenea e variopinta di pezzi e generi musicali. La pellicola di Bakshi inizia la sua storia agli inizi del ‘900, per poi passare all’epoca del proibizionismo sino alla seconda guerra mondiale e concludendosi con un arco di tempo dagli anni ’50 al 1980. La famiglia del musical animato ha 4 generazioni, pretesto per illustrare a 360 gradi le mode e i gusti della società e della musica a seconda dei decenni. 

Le micro trame di quest’epopea “musical-cartonata” sono piuttosto semplici e legate alla musica, come nei film con Gene Kelly, Fred Astaire e i musical dei ’70. Le animazioni sono primitive e statiche, come quelle del famoso cartoon fantasy “Masters of the Universe” (il famoso He-Man chi se lo scorda? Un Conan “spurio” che sbancò il mondo dell’infanzia trent’anni fa), ciononostante il film è scorrevole e va avanti come se fosse una radio che sta accesa per 97 minuti di fila.

 

Le parti che a noi piacciono di più sono quelle dagli anni Sessanta agli Ottanta. Questo pezzo dell’opera ci delizia con montaggi analogici fra cartoon delle vicende, cartoon psichedelici da videoclip ed immagini di repertorio riguardanti guerra, politica e società di quegli anni. Tutto irrorato da ottima musica. 

Potrete sentire i Jefferson Airplaine, The Doors, Janis Joplin, Jimi Hendrix e quant’altro. Il film finisce con l’ultimo “rampollo” della famiglia che scopre uno stile a metà fra David Bowie e Lou Reed. E’ un musicista e lo vediamo aggirarsi per una città bordrline con in sottofondo “Pretty Vacant” dei Sex Pistols, come ad annunciare una nuova era del rock. Citazioni nel film: un personaggio, sempre musicista e autore, ricorda molto Jim Morrison, così come una cantante, sempre personaggio di fantasia, ricorda Janis Joplin (e ci muore pure allo stesso modo).

FRANCESCO PASANISI

I FILM DEL SABATO: BORIS-IL FILM

Come avevamo promesso, il forfait di sabato lo spostiamo ad oggi, solo per questa volta. Il film sul quale vi apprestate a leggere oggi è “Boris-Il Film” (2010) di G. Ciarrapico. La pellicola è una “puntata lunga” della famosa ed omonima serie Tv prodotta dalla Fox. Il tema ed il cast li conoscete. E’ una serie che parla del fare fiction, con tutti i pro ma soprattutto i contro, ed interpretato da un mix di attori e doppiatori di tutto rispetto: abbiamo Francesco Pannofino, famoso come doppiatore di Tom Hanks, George Clooney, John Travolta e Kurt Russel, qui nel ruolo del regista Renè Ferretti. con lui Catertina Guzzanti (la promettente “numero tre” dei fratelli Guzzanti) nel ruolo dell’acidula Arianna, l’aiuto regista di Ferretti ecc… 

Il film, come la serie, conta la presenza di un umorismo politicamente scorretto e, alle volte, nerissimo, conta uno Stanis La Rochelle (interpretato da Pietro Serrmonti anche nella serie) sempre più psicopatico e soprattutto si ffronta un tema fondamentale: lo show business cinematografico, specie italiano, presenta molti ostacoli ed anghertie se mancano i contatti giusti. 

Così, il povero Renè Ferretti, auto-licenziatosi dalla produzione de “Il Giovane Ratzinger”, per girare un film impegnato tratto dal libro “La Casta”, nel finale è costretto a girare uno squallido cinepanettone. 

“Boris-Il Film” non è un semplice prodotto nato per far soldi visto il successo della serie, si tratta di u manuale di sopravvivenza per cinematografari, esordienti e non. Fa capire, con un alto tasso di divertimento tragicomico, come e quanto si debba sgomitare nel mondo delle grandi produzioni e distribuzioni se si vuole realizzare il proprio sogno in pellicola. Senza finire a fare cose “alla cazzo di cane”.  

Emblematiche tre sequenze: quella in cui il cabarettista Nando Martellone fa un volgarissimo spettacolo in cui non fa che dire “Esticazzi” e viene acclamato da una platea immensa, lo stesso Martellone che ammette che con quell’idiozia “Me ce so’ comprato casa” e soprattutto ciò che dice un attore di teatro che gira un cinepanettone nel set affianco a Ferretti: “E’ la nuova narrativa popolare […] devo cacàà…”

FRANCESCO PASANISI