I NON FILM DELLA DOMENICA – SUICIDE SQUAD

Grand rentreè dei non film domenicali! Ricominciamo con una ciofecona immonda che ho avuto il disonore di visionare in un brullo e autunnale weekend paesano: “Suicide Squad”. La trama sembra un po’ una versione bimbaminkia e allucinogena dei prefetti fascisti che arruolavano criminali per ristabilire l’ordine nelle città, ma naturalmente qui non c’è Paolo Mieli a parlarne, ma solo un registello dal dubbio talento e da tanta paraculeria modaiola, una specie di vegano del cinema fantastico.

La locandina. Più che un poster da film sembra un volantino degli eventi per la Fiera Di san Gregorio

La locandina. Più che un poster da film sembra un volantino degli eventi per la Fiera Di San Gregorio.

In questa tavanata clamorosa alcuni cattivi di Batman, interpretato peraltro da un catarroso Ben Affleck pettinato come Marco Masini, vengono liberati per ammazzare una strega con poteri a metà fra il Genio di “Alladin” e Giucas Casella. La squadraccia in missione è composta da:

  1. Un tale che se si incazza fa falò ovunque, molto rinomato a ferragosto, probabilmente.
  2. Will Smith, che ormai è lo Stefano Accorsi della fantascienza, che interpreta un sicario denominato Deadshot.
  3. Killer Croc, storico nemico del pipistrellazzo, che però in questa pellicola sembra Hulk con la psoriasi.
  4. Un tale che si arrampica come Iuri Chechi, ma talmente inutile da morire subito.
  5. Un ladro-assassino australiano che uccide coi boomerang (ma se po’?).
  6. Una sexy giapponese esperta con la Katana peggio di Ghemon.
  7. La Margot Robbie (attrice molto sexy) che dopo “Wolf Of Wall Street” ci prosciuga i bassifondi in senso buono interpretando Harley Quinn, forse l’unico personaggio ben fatto. Brava Margie!
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Wanna Marchi paparazzata durante lo sgombero del centro sociale “ANNAMO MENAMO SVENTRAMO OKKUPAMO!!!!11!”

Ora, altra nota ultra-dolente del simil-film: il Joker. Dopo Legder (pace all’anima sua, per carità) anche Jared Leto contribuisce con un colpo di grazia a devastare la figura del villain più importante, complesso e ben scritto della storia dei fumetti. A guardarlo bene, il nuovo Joker assomiglia a Wanna Marchi che è stata in un centro sociale occupato in qualche quartiere “male”.

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Parafrasando Cesare Pavese: “EMMINCHIA!”

Hanno tentato di inserirci un tono da commedia, ma senza salvare il film. Battute e situazioni umoristiche migliori le ho viste più in “Requiem For a Dream” che qui in “Suicide Squad”.

Cosa aggiungere? Solo una cosa: il titolo probabilmente si rifesrisce alla reazione di massa degli spettatori.

Francesco Pasanisi.

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I NON FILM DELLA DOMENICA: STAY ALIVE

Della serie “una cagata pazzesca”, questo Stay Alive rappresenta tutto ciò che di banale c’è nel filone teen horror, insipido, senza un briciolo di suspence e tedioso come poche altre cose, questa pellicola vorrebbe tanto essere l’inizio di una nuova accoppiata, ovvero il videogame e l’horror ma a conti fatti si rivela un’accozzaglia di luoghi comuni e pixel.

La trama è abbastanza curiosa. Un gruppo di amici che si ritrova a giocare tutti insieme e appassionatamente ad un nuovo videogioco (Stay Alive, appunto), la trama del gioco consiste nell’uccidere nientemeno che la contessa Bathory (me cojoni) che, assetata di sangue di giovani e innocenti verginelle, non si fa problemi a sterminare tutti i protagonisti del gioco. L’unico problema è che come uno muore nel videogioco, muore nella stessa maniera anche nella vita reale. E così assistiamo alla decimazione del gruppetto, muoiono un paio di sfigati di cui non ho ritenuto necessario capire i nomi e alla fine il gruppo di riduce a un nerd con la visiera al contrario (che io ricordo come un divertente oggetto degli anni ’90), peraltro interpretato dall’attore protagonista della serie tv Malcolm, una biondina niente male, il solito protagonista figo col dramma familiare alle spalle e una darkettina tutta capelli corvini e libri di Anna Rice. La cosa brutta è che nella realtà queste ragazze sono delle gotiche cesse obese, mentre questa non è davvero niente male. Comunque sia, dovrei raccontarvi la trama ma in verità non esiste trama. La polizia ovviamente comincia ad indagare e a sospettare dei superstiti per poi sparire nel nulla, i ragazzi vedono morire i loro amici e piangono per tipo 5 secondi perché loro No, non possono piangere, sono forti e devono far luce su questo mistero.

La Visiera!

La Visiera!

Tralasciando le incongruenze tra quello che dicono i ragazzi e la vera storia della contessa sanguinaria, è da ridere la ricerca del fantomatico programmatore del gioco il quale, neanche a farlo apposta, abita nella stessa città dei ragazzi, i quali  si dirigono nella sua dimora e non solo trovano una carrozza medievale nel garage (cosa che evidentemente non desta curiosità nei vicini), ma dietro il giardino di casa scoprono una specie di cimitero con giardino, e dal giardino spunta prepotentemente una torre antica (di cui nessuno si era mai accorto), luogo di sepoltura della contessa rompiscatole. Esattamente come nel gioco. Ah del programmatore nemmeno l’ombra.

(da qui faccio spoiler come se non ci fosse un domani)

E niente, alla fine la biondina e il figo rimangono gli unici abbastanza vivi da poter affrontare questa strega vecchiaccia, ovviamente riusciranno nel loro intento e a sorpresa rispunta dal nulla il nerd.

Il film è finito. Ovviamente la scena finale mostra un ignaro commesso di un negozio di videogiochi che mette tranquillamente in vendita il gioco che a quanto pare non ha ideatori e i nostri eroi spariscono dall’inquadratura; non è dato sapere se vanno ai tropici a fare la bella vita o se vengono sbattuti a Regina Coeli. Ah dimenticavo, la darkettina è anche sorella di una delle prime vittime e cerca vendetta, peccato che muore come un salame.

Una delle vittime della Contessa Serbelloni  Mazzanti  Vien Dal Mare ops..Bathory

Una delle vittime della Contessa Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare ops..Bathory

Per entrare nel dettaglio la fotografia è inesistente, la suspence è pari a quella di una partita di bocce tra pensionati del dopolavoro e i personaggi risultano forzati negli stereotipi che devono trascinarsi. Poi vorrei capire perché in questi film da quattro soldi il protagonista è sempre un ragazzo con la barbetta incolta e un brutto passato alle spalle, per di più risulta poco credibile una bella biondina truccata e curata che vive in un furgone.

Sarebbe il classico filmettino da consigliare a chi vuole passare una serata con gli amici con una pizza e un paio di birre, ma pure in questo campo il mondo del cinema riserva pellicole decisamente migliori. Da vedere mentre sorseggiate birra sottomarca aspettando di prendere sonno come ho fatto io.

STEFANO PALADINI

 

I NON-FILM DELLA DOMENICA: EL MARIACHI

“El Mariachi”. Anno: 1995. Regista: Robert Rodriguez.

Ed eccoci qui alla mia prima recensione, dopo una lunga riflessione ho deciso di mettere momentaneamente da parte la carrellata di filmacci che avevo in mente per dedicare qualche riga a questo caposaldo del filone tex-mex, il perché non ve lo so dire.
“El Mariachi” è il primo della così detta “Trilogia del Mariachi” (appunto) ideata dal regista Robert Rodriguez e in questo primo capitolo si narrano le disavventure di questo menestrello che, appena arrivato in un tranquillo paesino in cerca di fortuna, viene scambiato per un narcotrafficante ricercato da un altro cattivone sempre vestito di bianco.
Il malinteso si scatena perché sia il mariachi che il narcotrafficante girano con una custodia per chitarra rigida, quella del primo contenente una chitarra e quella del secondo invece contiene pistole e coltelli, in seguito il protagonista si rifugia in un hotel gestito da una donna della quale si innamora e insomma, la trama più o meno è questa.

Ora io non sono un critico cinematografico, ma mi dovete spiegare perché un narcotrafficante che dorme con 3 signorine armate di mitra se ne vada in giro a cercare una custodia con dentro 3 pistole da quattro soldi e un paio di coltelli, e poi devo ancora capire perché il cattivone vestito di bianco si fissa con la titolare dell’hotel(che fatemelo dire..è proprio brutta) quando ha come cameriera una venti volte migliore. Vabbè..de gustibus.

“Cosa hai detto sul mio carisma?”

Niente, il film è così. La trama non decolla mai, il protagonista ha lo stesso carisma dell’asfalto che percorre all’inizio del film e gli effetti non sono un granché, Rodriguez volle usare solo attori non famosi e a disposizione aveva solo 7.000 dollari, ma paradossalmente gli effetti sono uno dei punti a favore di questa pellicola che non ha colpi di scena, non ha scene memorabili, non ha dialoghi brillanti e insomma, una mezza palla.
Mi dispiace parlare male di questo film dato che Rodriguez mi sta pure simpatico (a breve le recensioni-fiume di “Machete” e “Planet Terror”, sempre se non vengo eliminato prima), ma davvero non succede niente.

Sicuramente si vede lo stile del regista nonostante sia ancora acerbo..ma per i capolavori bisognerà attendere. Carini la tartaruga e il cane della proprietaria dell’hotel, davvero ridicolo lo scagnozzo coi baffi e i ray ban sottomarca del tizio in bianco, visto che sotto le sembianze di hombre cazzuto si nasconde un pasticcione che non ne azzecca una.

P.s. se vi può consolare il film ebbe un grande successo, alla faccia mia.

Un primo piano sofferto.

STEFANO “UCCINO” PALADINI

I NON-FILM DELLA DOMENICA: BAARIA

E due. Grande ritorno di Giuseppe Tornatore fra i vostri amatissimi non-film. “Baària” (2009) è l’ennesimo kolossal ruffiano e campanilista che ormai, a livello pandemico, ha intaccato il nostro cinema. La recensione potrebbe finire qui, ma sono uno stronzo, quindi dovete beccarvi invettive e altre cosine domenicali.

Questa è la locandina. Notare l’originalità…..

Abbiamo la vicenda di un tizio nato a Bagheria, paese natale di Tornatore che, in nome della creatività dei copioni, vediamo dapprima infante, poi picciriddhu siculo e infine deputato PCI. Nessuno ci aveva mai pensato a girare una biopic inventata come maxi-scusona per comporre sviolinate verso la propria terra. Meno male che c’è Tornatore. Sennò noi di che parleremmo la domenica?

Ad ogni modo, transeat, ritorniamo al film. Tra una fotografia patinata e ruffiana (più simile alla casetta-snack di Hansel e Gretel a livello di oggetto che attira le persone) assistiamo alla crescita e alla giovinezza di questo tizio. Ok, ben girato, bella fotografia…però che palle. Non si fa altro che parlare di ‘sto cazzo di paesino (che il Peppone nazionale ribattezza “Baària”, perché fa molto etnico e attira tutti i fricchettoni italici) con tutti i personaggi strani che ci vivono. Avete presente i documentari tristissimi che fanno di sabato su Raiuno (Lineablu ecc…)? Beh, “Baària” ne è la versione teatrale.

Cioè, scusate, uno si smazza dalla mattina alla sera lavorando, guadagna poco, poi riesce a trovare i sette euri per il cinema e si deve sorbire questo mattone fatto di filosofume etno-campanilista che fa da cornice ad uno sfigato che alle elezioni non riesce neanche a farsi votare dai ciechi accompagnati dai collaboratori?

Un piano sequenza inedito per il nostro cinema.

I bei tempi de “Il Camorrista” (1987) sono purtroppo finiti. Tornatore, abile anche in marketing, ha abbracciato a piene mani la causa manierista e strazzamutande-filosofica che ora rappresenta il cinema italiano nel mondo.

Nel film si attraversano diverse epoche storiche, dal fascismo alle elezioni politiche del 1972, giusto per far vedere che si tratta di un autore che ha aperto almeno un sussidiaro da ragazzo.

Realismo: nella Sicilia del secondo dopoguerra tutti avevano il sorriso Durban’s…

FRANCESCO PASANISI.

I NON-FILM DELLA DOMENICA: TRE METRI SOPRA IL CIELO

Lo aspettavate da tempo immemore eh? Immaginavamo. Ed ecco che, dopo patimenti e non-film di profilo medio, ecco a voi il non-film signore e padrone dell’anti-cinema: “Tre Metri Sopra Il Cielo” (2004) di Luca Lucini. Lo “sfilm” è tratto da un libro (?) di Federico Moccia, stakanovista della carta stampata. Vedete, in Italia siamo veramente sfigati. Gli americani per fare i film attingono da un altro scrittore prolifico, Stephen King; noi invece abbiamo questo. L’unica cosa simpatica dell’autore (recentemente eletto sindaco in un paesino del centro Italia che, probabilmente, è una gigantesca ludoteca) è la voce: è identica a quella del doppiatore di Jerry Lewis.

Noi preferiamo Six Feet Under. Non è un telefilm, è un augurio a chi ammira ‘sti filmacci.

“Tre Metri Sopra Il Cielo” parla di Babi (che poi che cazzo di nome è?), studentessa modello e bonazza, che, durante una festa alla Calissano, si innamora di Step (mo diteci com’è che uno si possa chiamare Piolo?), bello e maledetto James Dean delle rape ‘nfucate (Riccardo Scamarcio) trovatosi lì con altri amici belli, dannati, tossici e odianti “‘a società bborghese, li ggenitori, ‘a conformità e bla bla bla” per rovinare la festa, già penosa di suo.

In realtà i due dissociati psichici si erano già conosciuti durante le corse clandestine fatte di notte in città, una specie di “Gioventù Bruciata”, ma in versione bimbominkia. Eh sì, perché Piolo (Step) è un gran guascone e fascinoso fuorilegge. Rovina le feste, si ammazza di canne, sbevazza come un visigoto, frequenta biliardi malfamati e fa pure le corse clandestine. Gli manca solo di aver invaso il Kuwait. Un vero stupra-minchia, altro che eroe romantico.

Tentativo di stupro. Essì avevamo omesso pure questo, fra i crimini di Step XD.

Fatto sta, tuttavia, che Babi si innamora di questo fesso. E da qui inizia l’apologia all’ignoranza più demente della storia Repubblicana. Profetizzando gli atti vandalici della Riforma Gelmini, in questo non-film vediamo che la studentessa modello (restìa ad usare il Vagisil, non so se siamo chiari…), rinunzia alla propria sana istruzione scolastica per vedere più spesso questo John Travolta dei residuati bellici. I due si frequentano, lei ha un profitto scolastico pari a quello del Trota e poi, in un non ben specificato “castello dei sogni” (ah, l’LSD!) lei e lui scopano. Il titolo prende il nome dalla nerchia di Piolo (Step), in quanto la fa sentire “..tre metri sopra il cielo”. Peccato che, secondo Aldopiscia Spazzaglande, noto attrezzista del film, in realtà Babi è stata montata da un pistone per i muletti da facchino, quindi ha avvertito gradevolmente la consistenza e riguardo ai tre metri è stata l’azione meccanica di sollevamento dell’aggeggio.

Ad un certo punto il regista Lucini e l’autore Moccia si accorgono che bisogna inserire un velato contenuto marxista-leninista, giusto per accontentare pure qualche liceale che ogni tanto si informa ed ha certe sensibilità sociali. Infatti i due innamorati, lei ricca e lui povero in canna, a causa del divario di classe, litigheranno spesso. La goccia che farà traboccare il vaso sarà determinata dalla morte di Pollo, amico di Piolo (Step). Mettendo da parte la considerazione che Moccia mentre scriveva i nomi dei personaggi abbia avuto un’aneurisma cerebrale, ‘sto gallinaceo, qua, muore d’incidente in una corsa clandestina. Step non c’entra con l’accaduto, ma Babi lo manda a cagare, lui e l’illegalità cacata a forza.

Per ingigantire la figheria di Scamarcio, gli hanno messo come “spalla” il figlio di Cita.

Sei mesi dopo vediamo che Pallina (aridànghete coi disturbi neurali Federì) sente la mancanza di Pollo e Step la sente di Babi. Un finale, potremmo dire, ricco d’inventiva. E sapete qual è il guaio? Che questa macchina creativa mocciana lavora in pieno ritmo!

Il film vinse un premio talmente ridicolo che l’ipotetica tassa sui cani, al confronto, sembra la postfazione de “Il Capitale”. Premio Saint-Vincent per il Cinema Italiano – Grolle d’Oro 2006 per il film italiano più venduto in home video, così si chiama il riconoscimento, anche se prima di tutto “Tre Metri Sopra Il Cielo” dovrebbe essere riconosciuto come audiovisivo. Riccardo  Scamarcio, il protagonista, ha ricevuto diversi Globi d’Oro (sul cranio, lanciati dalla platea) come miglior attore esordiente. Ed è da qui che nessuno gli crede quando fa film seri.

Federico Moccia – Homer Simpson. Scoprire le differenze.

Nota a margine, il regista, Luca Lucini appunto, fa pendant con l’opera. Se ha diretto videoclip per la Pausini, chi meglio di lui poteva  portare all’estensione da clip a lungometraggio la mistica fascista dei bimbiminkia?

FRANCESCO PASANISI.

I NON-FILM DELLA DOMENICA: LA TERZA MADRE

Ariecchice, direbbero in quel di Roma. Cosa c’è di meglio dopo una sbornia elettorale? Un non film domenicale! Vedete che poeta? Manco Dante Alighieri. Esordiamo in questo ritorno al trashume filmico con una vera e propria perla del panorama cinematografico, tanto per cambiare, tricolore.

La Locandina. Vediamo la Argento fotografata mentre vede il padre da vicino.

“La Terza Madre” (2008) è un film che ha perso l’occasione di NON essere stato girato. Alla scrittura e alla regia Dario Argento, il quale, attualmente, per fare paura basta che appenda manifesti con la sua immagine in giro per il mondo.  Battutacce a parte, torniamo al film. Dimenticativi per sempre il darione nazionale di “Profondo Rosso” (1975), “Quattro Mosche di Velluto Grigio” (1971), “Trauma” (1993) e “Due Occhi Diabolici” (1989); quest’ opera -superiore forse solo a “Il Cartaio” (2004), altra sua boiata galattica- è un pastrocchio di sadomasochismo eros-esoterico-splatter che fa morire dal ridere.

Di che parla? Parla di una ragazza di belle speranze chiamata Sarah Mandy (indovinate chi la interpreta, vi do un aiutino: è gnocca, parla come se avesse un tir di vivident in bocca e non sa recitare) che fa una specie di lavoro in ambito archeologico. Guarda caso (questa locuzione è stata di sicuro coniata insieme all’uscita del film) ritrovano una cassetta chiusa all’apparenza secolare. Guarda caso nel tentativo di aprirla, una sua collega muore tritandosi il cavo orale. Guarda caso questo oggetto ritrovato è parte di un complottone neo-mefistofelico ordito da Mater Lacrimarum, una gnocca pazzesca ma cattivissima nemica della madre di Sarah, che era una maga. Guarda caso pure Sarah c’ha i poteri tipo Harry Potter (il nostro preferito è la cipria incantata). Guarda caso la mamma di Sarah è sua mamma pure nella vita. Si tratta di Daria Nicolodi, moglie di Dario Argento. Quindi Sarah è…? Poi dicono ai politici…

Torniamo a noi. La versione sexy di Harry Potter (la Asia Argento, ecco l’ho detto!) viene guidata dalla madre, ora fantasma ma visibile e reperibile solo grazie alla cipria magica, equivalente mistico di un ripetitore 3, visto che i contatti sono brevi e poco definiti. Asia Arg…pardòn, Sarah deve salvare prima l’Italia e poi il mondo da questa gnoccolona di Mater Lacrimarum. Nel mentre ha un casino di relazione con un tizio ragazzo padre (doppiato da Roberto Pedicini, unica cosa positiva del film).

Questa è Mater Lacrimarum. Ditemi voi come si fa a pensare di farla fuori…

Intanto questi satanassi infernali creano scompiglio in città. Morti violente e gravi danni ovunque. C’era talmente tanto casino che un gruppo nerd complottista ha segnalato la presenza dei servizi segreti all’interno del movimento di Mater Lacrimarum per screditarlo dinanzi all’opinione pubblica. Tutto ciò perché, probabilmente, se la volevano scopare, nerdacci loro! In questa baraonda alternata fra versione horror-mistica di Genova 2001 e Asia Argento che indaga, vediamo un mummificato Udo Kier (interpreta Padre Johannes) che, a differenza di “Suspiria” (1976), il primo film sulle Matres, qui lo vediamo dalla parte dei buoni. Meno male che dopo dieci minuti lo ammazzano, perché sembra un Don Matteo ubriaco con l’artrite reumatoide e l’Alzheimer.

Igienismo dentale, forse è stata la Minetti…

Fatto questo, Asia è pronta a salvare il Pianeta. Prima però Argento ci fa rilassare un po’ con la mano nei pantaloni perché inserisce, a occhio, due lesbiche che fanno sesso e subito dopo, quando una delle due viene infiocinata come un polipo, vediamo Mater Lacrimarum leccare le lacrime della morente dal suo viso annaspante.

Nel finale noi, con Asia Argento, entriamo in un sotterraneo in cui a tratti sembra essere in un film splatter e a tratti sembra essere su Telecapri dall’una e mezzo alle quattro di mattina. La Mater Lacrimarum, nel tentativo di uccidere Asia e dopo timidi tentativi di danza erotica a tipo peggior bar di Caracas, muore trafitta da un palizzone appuntito del palazzo soprastante al sottereaneo malefico. Di questo ci dispiace assai, che si fotta l’umana stirpe, la Mater era troppo Gnocca. Se Argento avesse chiamato Angela Lansbury magari avremmo fatto la ola da stadio al momento della dipartita.

Beh, quando ci vuole ci vuole.

Conclusioni: il film è la prova tangibile che lo splatter da solo non funziona. O ti trovi un buon sceneggiatore Dario o pippa. Se volete morire dal ridere vedete “La Terza Madre”. Se volete sciogliervi di pianto, pure.

FRANCESCO PASANISI.

I NON-FILM DELLA DOMENICA: FEMMINA

Scusate il posticipo, ma sto un po’ impicciato con le amministrative. Il non-film settimanale è un succulento sotto prodotto della cinematografia italiana chiamato “Femmina” (1997) di Giuseppe Ferlito. Questo “capolavoro” alle soglie del XXI secolo parla di Silvia (Monica Guerritore) donna super bbona coniugata con un marito che ha la sensualità di un guscio tv della Meliconi e madre di una bambina di sei anni. Lei non sa che lavoro fa il marito, che poi si scopre essere la versione soap opera della spectre, servizi segreti. Un mattino (come accade abitualmente nella vita di tutti i giorni), Silvia va in un bar e un tizio con la faccia da pesce lesso le versa del caffè sulla camicetta, facendola attizzare sessualmente la sera stessa e, quindi, invaghendosi di lui.

La locandina, piena di ardite metafore.

Da qui in poi scopriamo che in “Melissa P” nessuno ha inventanto nulla. Silvia diventerà una ninfomane “monogama” potenziata, una specie di fumetto di Stan Lee però in versione Tinto Brass. Magistrali le scene di sesso, in cui lui è espressivo e credibile dapprima come un Action Man e poi fin troppo calato nella parte, trasformandolo in una specie di belva pettinata anni ’90. La Guerritore, invece, per 45 minuti di film sembra una diciannovenne strafatta in un rave di campagna, visto che a parte movimenti a tipo AB Rocket e “comizi d’amore” che fanno: “Aaah…sììì” e così via, noi non vediamo e né sentiamo altro.

Verso la fine, per nascondere la tresca e levare di mezzo quella borsa d’acqua calda raffreddata di marito, i due amanti (montanti, meglio dire) progettano un omicidio a favor della loro passione. Ma questo non è “Assassini Nati” e Ferlito non è Stone. Siccome il pecoreccio, anche nelle situazioni più noir, nel cinema nostrano è spesso inserito con generosità, assistiamo ad uno strafalcione della sceneggiatura in cui l’omicidio va aputtane (come i protagonisti) perché Silvia e lui hanno impellenti pruriti. Come cosa morbosa ci può anche stare, ma il girato risulta involontariamente comico. Arrapante, ma comico.

Una scena che sta in tutto il film.

Memorabile, e chiudo, la scena pseudo eros-artistoide in cui la Guerritore danza seminuda all’alba in giro per la città con il brano “Perhaps” in sottofondo. Non si sa cosa volesse intendere Ferlito, ma sembra più una sfilata di moda scialba in un cinepanettone che un tocco d’eros raffinato. Film imperdibile, in cui vedrete la Guerritore fare sesso anche col cappotto alla Derrick e ad un’altra scena strapparsi la camicia come Hulk.

Manca il logo della Mattel o del Cioè.

“Sono Stan Lee…io credo che là fuori ci siano realmente dei supereroi…”

FRANCESCO PASANISI

Scena da spiegare all'attore. "Allora, tu mo te avvicini e poi..."
"Me la scopo?" "Bravo! Aoh, com'hai fatto a indovinà, li mortacci tua?"