BAMBOLA DEL DIAVOLO (LA)

LA BAMBOLA DEL DIAVOLO

Giudizio: ****

(The Devil-Doll, USA, 1936, b/n, 75′)

Di Tod Browning. Con Lionel Barrymore, Maureen O’Sullivan, Rapaela Ottiano, Frank Lawton, Grace Ford, Lucy Beaumont.

Se interessa...DVD.

Ingiustamente condannato per omicidio, il banchiere Paul Lavond evade dall’Isola del Diavolo assieme ad uno scienziato, Marcel, che ha scoperto il modo di rimpicciolire gli esseri viventi con lo scopo di ridurre la grandezza degli esseri viventi per vincere il problema della fame nel mondo. Ma mentre Marcel mostra i risultati dei suoi studi muore per un attacco cardiaco e il progetto rimane incompleto: infatti la riduzione del cervello fa sì che gli esseri “ridotti” siano senza volontà e dipendenti in tutto dalla volontà altrui, simili quindi a dei bambolotti viventi. Lavond, una volta appreso il segreto della miniaturizzazione, partirà alla volta di Parigi per vendicarsi dei tre ricchi uomini d’affari che lo hanno incastrato rovinando lui e la sua famiglia.

Un grande classico del cinema fantastico, tratto da un racconto dello stesso regista (ispirato a sua volta dal famoso romanzo di Abraham Merritt, Burn, Witch, Burn) e con la collaborazione di Erich Von Stroheim alla sceneggiatura. Il film di Browning, capostipite un ricco filone di film fantascientifici del genere, è un gioiello inquietante che eccelle per la semplicità ed essenzialità della struttura narrativa e scenica nella quale si installano i suggestivi effetti speciali giocati sul contrasto grande / piccolo (memorabile la scena del bambolotto che scende dall’albero di natale o della bambola che scivola via dalle braccia della bambina addormentata per girovagare nelle stanze da letto in cerca di gioielli).

Sebbene i momenti bizzarri e orrorifici siano relegati ad alcune scene, mettendo il risalto gli elementi melodrammatici dei difficili rapporti famigliari del protagonista con la figlia, si tratta  anche in questo caso di una vicenda di vendetta che colpisce per il cinismo e la crudeltà delle punizioni inflitte e che non può non richiamare alla memoria un altro capolavoro di Browning: Freaks. Il tema in fondo è lo stesso, la vendetta che trasforma la vittima in carnefice, il confine tra bene e male, fra giusto e ingiusto, che si confonde, la punizione che diventa mostruoso delitto (una delle vittime di Lavdon rimarrà paralizzato per sempre, una mente lucida intrappolata per sempre in un copro immobile).

Tra i punti di forza del film c’è Lionel Barrymore che recita oltre metà del film in panni femminili (Lavond, una volta nella capitale si camufferà da giocattolaia), “un attore vero che rende credibile il suo personaggio” (Mereghetti).

E’ il penultimo film di Browning, ma il suo ultimo capolavoro, prima di un esilio volontario da Hollywood, durato quasi trent’anni.

EDOARDO TREVISANI.

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DIZIONARIO HORROR DEL MERCOLEDI’: BAMBOLA ASSASSINA 2 (LA)

LA BAMBOLA ASSASSINA 2

Giudizio: **

(Child’s play 2, USA, 1990, col. 80′)

Di John Lafia. Con Alex Vincent, Jenny Aguter, Gerrit Graham, Christine Elise.

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Mentre la madre di Andy è stata ricoverata in un ospedale psichiatrico, il piccolo vien affidato ad un’altra famiglia. Intanto il bambolotto viene restaurato dal proprietario della fabbrica di giocattoli in cerca di riabilitazione per la sua azienda, ma qualcosa va storto e il pupazzo torna torna in vita più inferocito che mai.

Secondo capitolo della saga della che vede come protagonista il sadico e sboccato pupazzo Chuky, è   sicuramente un gradino in giù rispetto al primo, ma non meno gustoso. La trama si sviluppa nei consueti modi di un thriller, nulla nella regia di Lafia suggerisce innovazione e ormai il tema dei problemi infantili è l’ovvio punto di partenza per giustificare l’incredulità degli adulti per una così insospettata macchina di morte. Purtuttavia il film ha ritmo rapido e le scene dei delitti hanno il loro perché. Se il film risulta prevedibile, la regia ha un buon intuito visivo nell’ambientare l’ultimo sfrenato quarto d’ora un una tortuosa labirintica fabbrica di bambolotti, che vale tutta la pellicola. Incassò quasi 36 milioni di dollari lordi, a fronte di un budget di 13 milioni.

EDOARDO TREVISANI.

DIZIONARIO HORROR DEL MERCOLEDI’: AMERICAN PSYCHO

AMERICAN PSYCHO

Giudizio:***

(American Psycho, USA /Canada, 2000, col, 101 min.)

Di Mary Harron. Con Christian Bale, Chole Sevigy, William Dafoe, Samatha Matis, Jared Leto, Reese Whitherspoon, Josh Lucas.

Click per DVD

Patrick Bateman è un giovane yuppie che trascorre le sue giornate fra la cura ossessiva del corpo, lo studio della moda più raffinata del momento e le prenotazione di colazioni e cene nei più esclusivi locali di Manhattan. Le notti, invece, le dedica alla tortura e agli omicidi efferati. Dietro la facciata di “ragazzo della porta accanto”, Patrick Bateman è un maniaco omicida, dedito alla cocaina, agli psicofarmaci, alle perversioni sessuali, coltiva un’insana passione per le biografie dei serial killer e la sua vita è votata al rampantismo, all’arrivismo sociale: non tollera nessun ostacolo, nessuno deve intralciare i suoi programmi e anche la più insignificante inezia può generare in lui eccessi di rabbia aggressiva.

Il film, tratto dall’omonimo romanzo di Bret Easton Ellis, all’epoca accolto da un successo di scandalo, è piuttosto fedele allo spirito del libro, utilizza una fotografia iperrealista,e fa ricorso a un buona dose di humor nero, i movimenti misurati dei personaggi viziati dal galateo, le loro espressioni boriose, tutto contribuisce a creare quello scompenso tra l’apparenza e la vera anima alienata, ossessionata, malata di lusso, di nauseabondo superfluo, di sentimenti immaturi di una intera società e che in Bateman sono semplicemente portati al parossismo più sfrenato. Se si considera poi, che rimane insoluto il dubbio (tanto nel film quanto nel romanzo) se i mostruosi misfatti del protagonisti siano accaduti nella realtà o siano solo frutto della sua immaginazione malata, allora si può insinuare in noi una riflessione inquietante: in una società spersonalizzata e nevrotica chiunque può essere Patrick Bateman. A tale proposito un ottimo contributo lo da Bale, con la sua affascinate maschera di  inquietante vacuità, sulla quale si adattano tutti i sentimenti, ma nessuno che sia reale, e di certo il confronto con Dafoe, l’investigatore ingaggiato per indagare sulla scomparsa di un collega di Bateman, è fra i più gustosi.

Il film sa proporre una visione della violenza come un atto mercificato, svuotato e banalizzato, fino a diventare quasi buffo (non che la Harron abbia il merito di essere sta la prima a farlo, per carità). Indimenticabile la scena in cui Bateman rincorre una ragazza con la motosega, in un’ imitazione parodica di Non aprite quella porta e, non riuscendo a raggiungerla, alla fine la uccide con un tragicomico lancio dell’arma giù per la tromba delle scale.

Ma, a conti fatti, il film non si rivela pienamente riuscito e lascia insoddisfatti sia il pubblico più esigente che i lettori più attenti. Forse guardando alla moda del minimalismo americano e sfruttando l’onda di Fight Club di Fincher, la pellicola si perita di descrive le deformazioni, i vizi e la follia di un’epoca, quella degli anni ottanta, oggi ormai sorpassata, anzi, doppiata, se consideriamo le condizioni sociali e morali della nostra società in ancora più grave crisi culturale e sociale, la quale ora dei Peter Bateman ne fa eroi da talk show. Da questo punto di vista è più lucido e corrosivo una Signora Ammazzatutti di John Waters, piuttosto che il film della Harron, che con le sue scene di violenza fuori campo (unica scelta estetica incoerente  con quella di Ellis, che non si fa remore di descrivere i dettagli più raccapriccianti dei delitti) e glissando sulla misoginia dei personaggi, sembra prendere le distanze dalle vicende narrate e di conseguenza manca di coinvolgere completamente lo spettatore in questa discesa agli inferi datati anni ottanta, e in un’epoca dove solo lo scandalo fa successo, American Psycho rischia di perdere persino con avversari come Palahniuk.

Seguito da American Psycho 2.

 

Curiosità:

  • Durante una conversazione con il detective Kimball, Patrick Bateman si scusa dicendo di avere un appuntamento con “Cliff Huxtable”, ovvero il nome del protagonista de I Robinson interpretato da Bill Cosby.

 

 

  • Alcuni dei personaggi di American Psycho hanno un qualche collegamento con quelli degli altri libri di Ellis, ma non tutti fra questi appaiono. Ad esempio, Patrick Bateman è il fratello di Sean, protagonista de Le regole dell’attrazione il quale ha avuto anch’esso una trasposizione cinematografica.

 

  • Il cantante rock Marilyn Manson ha affermato di registrasi negli alberghi con il falso nome di Patrick Bateman.

 

  • Il cantante del gruppo musicale 30 Second to Mars interpreta Paul Allen, la prima vittima nel film.

 

EDOARDO TREVISANI

I NON-FILM DELLA DOMENICA: TRAPPOLA IN ALTO MARE

Un gruppo di terroristi agli ordini della controfigura psicotica di Mick Jagger (Tommy Lee Jones, col conto in banca in rosso, profondo rosso), un cantante blues con il carisma di un tacchino spastico, problemi di LSD, ray ban e una maglietta vittima di un candeggio sbagliato, si impossessa della corazzata Missouri (versione militarizzata delle Costa Concordia), orgoglio della Marina militare americana, imprigionando 2.400 eroi della guerra del golfo nella stiva. La nave è munita di missili a testata nucleare Tomahawk e Cruise, oltre che di miniciccioli, pietre per la lapidazione e sale iodato, e non si sa bene che cosa i terroristi ne vogliano fare (NOTA BENE: non è una trovata per incuriosire lo spettatore, è proprio che non ci è dato di saperlo. Evidentemente hanno solo voglia di sparare dei missili;che ci sarà di male poi, mah…).

Un indimenticabile Steve Seagal commosso dopo aver scoperto la morte del suo ammiraglio.

La situazione è esplosiva, ma il cuoco della nave, Casey Rybak (Steven Seagal), quel giorno è di cattivo umore, primo perché la rivista “Funghetti di muschio oggi” ha stroncato la sua ricetta, Ananas alle quaglie con contorno di viole e salsa al curry, secondo perché i cattivi gli hanno ucciso l’ammiraglio, e riesce a impedire ai criminali di portare a termine il loro misterioso piano.

Si tratta di un film che presenta una profondità psicologica senza pari. A testimoniarlo bastino alcuni dialoghi come quello fra il cuoco, imprigionato in una cella frigorifera da Bigazzi in seguito a una disquisizione circa il condimento ideale per il gatto al vapore, con la sentinella.

Steven: “Avanti ragazzo, fammi uscire”

Sentinella: “Mi spiace, signore, non la sento”

Descrivere lo scambio di battute fra Jones (evidentemente per questo film ha usato il metodo Stanislavsky, nel senso che si è chiuso tre mesi nello stanzino segreto del dott. Hoffman)  e i dirigenti dell’esercito degli USA sarebbe un’impresa ardua, anche perchè prima bisognerebbe capirlo, ma di certo non si può rimanere inerti davanti al dramma di un uomo traviato dal servizio militare, che gli ha impedito di vivere i meravigliosi anni sessanta.

Ma se è vero che alle volte basta anche solo una battuta per consacrare un film all’immortalità mnemonica del pubblico, basti su tutte: “Siamo in un oceano di merda in tempesta”, detta da Seteve mentre si accorge che è circondato da cattivi che smaniano dalla voglia di premere il grilletto, o perché sono finiti rosmarino e carta forno, sta a voi interpretare.

Un magistrale Seagal durante una coinvolgente scena di passione.

Trappola in alto mare ha il merito di avere la limpidezza narrativa tipica della Hollywood classica: zinnone platinate nude sotto sedativo che saltano fuori da torte di compleanno senza alcun motivo, trappole letali ispirate a McGyver costruite  usando pollo avanzato della sera prima, stuzzicadenti, forno a microonde, la parrucca di Platinette e la pellicola del sugo freddo, manipoli di cattivi che dopo aver imprigionato il fior fiore della marina, improvvisamente non è più in grado di sparare a un solo uomo (alcuni critici cinematografici sostengono che in realtà è Seagal che ha la cute antiproiettile, ma questo è un dibattito inesauribile) e, quando sembra che i cattivi stiano finendo, il regista ha una trovata geniale: ne fa arrivare altri da un sommergibile della Corea Del Nord:

Hippy & Comunisti vs Stati Uniti Democratici d’America

Ma gli USA hanno come centravanti il CUOCO, che uccide tutti con la sola imposizione della mani;  nel senso che non è in grado di usare le gambe, è immobile dalla cintola in giù (il che ci fa pensare che il grande Steve soffra di sciatica). Colli spezzati e crani sfondati con la sola contrapposizione del pollice e dell’indice, mitra a caricatore infinito, esplosioni intelligenti (nel senso che uccidono solo i cattivi e mai i buoni), tutto contribuisce a creare una atmosfera di iperrealismo e di credibilità in grado di sbigottire lo spettatore.

In realtà c’è una spiegazione a tutto: il cuoco è un erorre dell’esercito che ora ha prestato il suo talento ai fornelli (non si sa perché, ma  se stiamo a cercare  tutti i perché del film… Ragassi, non siam mica qui a tingere i capelli bianchi a Rutelli!, disse un noto critico) tra le sue ricette c’è l’anatra  farcita di P 38, patate alla full metal jacket, kalashnikov alle vongole e torta di molotov.

Un grande Seagal furioso per la cattiva riuscita dei suoi tortellini alla polvere da sparo .

Il finale rassicurante del film, Rybak riuscirà e fare piazza pulita di tutti i cattivi, vincerà la sessione di dangerous e dragon, sconfiggerà la fame nel mondo, debellerà la tisi, il colera, il comunismo e l’herpes inguinale, e attraccherà la Costa Concordia nel primo porto sicuro, ci fornisce un consiglio esistenziale importante: la prossima volta che saliamo su una crociera chiediamo prima di tutto al personale se c’è il cuoco.

EDOARDO TREVISANI

Un'espressione di odio selvaggio di Seagal poco prima di ingaggiare un combattimento senza esclusione di colpi.

 

 

DIZIONARIO HORROR DEL MERCOLEDI’: ALIEN 3

ALIEN 3

Giudizio: **

(Alien 3, USA, 1992, col, 114′)

Di David Fincher. Con Sigourney Weaver, Charles Dutton, Charles Dance, Paul McGann, Brian Glover.

Precipitata con l’astronave su una colonia penale popolata da fanatici religiosi, Ripley ha perso il suo equipaggio – i superstiti del film precedente – e si trova non solo a dover affrontare una creatura aliena ancora in circolazione che fa strage dei galeotti, ma scopre anche di starne incubando una nel proprio corpo. Il terzo capitolo della serie è il più debole. 

Se gli appassionati cercano dei motivi, questi si posso rintracciare sia nella travagliata fase di produzione  del film (sono accreditati solo tre dei sei sceneggiatori che hanno lavorato al progetto) sia nel regista, quel David Fincher, all’epoca appena uscito da una esperienza di videoclip e che, bisogna dire, nella sua carriera non è ancora riuscito ad avere un vero consenso di pubblico e di critica (tolto forse quel famigerato Fight Club che piace tanto ai giovani più per moda e cinismo ruffiano, che per veri contenuti – estremismo di destra a parte).

La Weaver, che ha partecipato economicamente alla produzione del film, qui si presenta rapata a zero e sembra più incerta ed emotivamente instabile rispetto alle volte precedenti (e a quella successiva), perdendo molto della sua leggendaria freddezza e lasciando scivolare così via il film in un banale thriller in cui la suspense incespica e, se non fosse per un paio di scene ad effetto e qualche inquadratura degna di nota (famosa quella in cui l’alieno invece di assalirla lecca il volto della Ripley) non si solleverebbe davvero dal livello dei video targati mtv.

Ma se esteticamente il film ha poco di rilevante, anche se dopo anni può sempre riservare un certo fascino per gli amanti del genere, ciò che più fa incupire lo spettatore è lo svuotamento di ogni significato di cui i due film precedenti erano pregni, il richiamo a metafore esistenziali, sessuali e sociologiche svanisce del tutto, la Ripley si concede anche un innamoramento e tutto si svolge con la prevedibilità di un film d’azione che, non fosse per le fattezze orride del cattivo, potrebbe avere come antagonista  un assassino chiunque. Il finale detiene comunque un certo valore.

Esiste una versione lunga 145 minuti, edita nel 2003 e che contiene molte scene tagliate, forse una prova di quanto la pellicola sia stata travagliata in fase di realizzazione.

Curiosità:

  • Esiste un romanzo basato sulla sceneggiatura  scritto da Alan Dean Foster.
  • Dark Horse Comicspubblicò una mini-serie di tre numeri, contenente l’adattamento a fumetti della pellicola.

EDOARDO TREVISANI

DIZIONARIO HORROR DEL MERCOLEDI’: ALIENS-SCONTRO FINALE

ALIENS. SCONTRO FINALE

Giudizio: ****

(Aliens, USA, 1986, col, 132 min.)

Di James Cameron. Con Sigourney Weaver, Carrie Henn, Michael Biehn, Paul Reiser, Lance Henriksen, Bill Paxton.

Sul pianeta LB 426 l’insediamento umano non da più segni di vita e l’ufficiale di volo Ripley (Weaver), unica superstite della Nostromo, assalita da una creatura aliena che ha fatto strage del resto dell’equipaggio, è inviata insieme a un manipolo di soldati in ricognizione. Scopriranno che gli aliens si sono moltiplicati è hanno devastato la colonia. 

Il sequel del capolavoro di Scott è un film pieno di azione, violenza, suspense, dialoghi spigliati conditi di qualche battutina sboccata che ammicca ai film di ambiente militaresco.  La scelta estetica di Cameron è diversa da quella del suo predecessore, infatti il film perde parecchio dell’atmosfera angosciante e tesa del primo capitolo e passa ad azioni di guerra chiassose e spettacolari. Certo il gusto per l’horror non viene mai del tutto meno, anche per intrinseca natura del mostro in questione, che comunque in un modo o nell’altro deve saltare fuori dalle budella del malcapitato di turno,  e di certo i nidi bui, viscidi, umidi, mucillaginosi degli alieni non mettono a proprio agio i protagonisti del film. Non a torto Morandini ha scritto: “Rispetto al primo guadagna in ritmo, azione, aggressione visiva e sonora quel che perde in astrazione e interiorità. Il duello finale, giustamente famoso, dà nel mitico attraverso una grafica che rimanda ai cartoon giapponesi dell’horror”.

Interessante la figura dell’androide, più approfondita e, seguendo la lezione dickiana, diventa ancora più umana, in grado di simulare sentimenti e sofferenza fisica (di conseguenza l’indagine scottiana fra organico e inorganico non viene abbandonata, anzi), divenendo un chiaro spunto per dubbi e riflessioni sulla percezione umana.

Se nel film precedente ad un certo punto lo scontro è quasi individuale fra la Ripley e l’alieno (un dualismo fra la donna e l’incubo) in questo film viene meno l’apparato metaforico e la lotta diviene una lotta contro la minaccia non più ignota degli alieni, ma nota, palese e letale e lo spirito della protagonista è quello di autoconservazione: a convalidare ciò c’è la presenza della piccola Newt, unica sopravvissuta della colonia, che diventa una sorta di figlia adottiva di Ripley e che forse riporta ad un ruolo più consueto e stereotipato di personaggio femminile la  Weavers, ma non talmente da non risultare fredda e risoluta quel tanto che basta ad imporre la sua forza e il suo carattere anche ad un manipolo di marines ben addestrati.

La lotta per la sopravvivenza e l’autoconservazione della specie è sicuramente uno dei motivi facilmente individuabili del film: in questo secondo capitolo lo scontro è fra le due creature femminili Ripley con la sua “figlioletta” e la regina dell’alveare alieno. Se nel primo film l’alieno è un vorace e malvagio intruso in una astronave, qui gli alieni si presentano come creature non dissimili da quelle terrestri, uomini compresi, in grado di adattarsi all’ambiente circostante e pronti di modificarlo per soddisfare il proprio istinto di riproduzione e di protezione. In questo non sono dissimili, agli occhi degli umani, ad enormi insetti velenosi. Per Cameron, l’Alien smette di essere una rappresentazione intellettuale dell’incubo e diventa il male concreto, tangibile, come una bestia feroce, che minaccia l’uomo. Per questo lo scontro finale tutto al femminile si carica di significato ed entra di diritto fra le scene più importanti della moderna fantascienza.

Esiste una Director’s Cut rilasciata nel 2000, che contiene 17 minuti inediti, ma che non modificano sostanzialmente al trama.

Il soggetto e la sceneggiatura sono di James Cameron.

Premi

  • Oscar per il miglior montaggio sonoro.
  • Oscar per i migliori effetti speciali.

EDOARDO TREVISANI

I FILM DEL SABATO: L’INFERNALE QUINLAN

Mentre attraversano la frontiera fra Stati Uniti e Messico, un poliziotto messicano, Mike Vargas (Charlotn Heston), e sua moglie Susan (Janet Leigh), novelli sposi, assistono casualmente all’omicidio del uomo più potente della zona. Vargas si ritrova a partecipare alle indagini, travolto anche dalla personalità inquietante e poco pulita del capitano Hank Quinlan (Orson Welles), al quale la polizia americana ha affidato il caso.  

Quanto il primo si dimostra un investigatore razionale e integerrimo nel modo di operare, tanto l’altro si affida all’istinto e non si fa scrupoli di baypassare le procedure standard e di calcare la mano per rimediare prove e confessioni che avvallino le sue intenzioni.

Si profila subito uno scontro fra due grandi personalità, due agenti dalla grande fama: se è vero che il capitano Quinlan è un temuto quanto popolare difensore della legge, Vargas è un importante funzionario della polizia messicana che sta mettendo i bastoni fra le ruote della famiglia Grandi, una famiglia di gangster di origini italiane che gestisce il traffico di droga al confine fra Messico e Stati Uniti. Proprio l’entrata in scena di uno dei fratelli Grandi complicherà le cose, contribuendo a trasformare la vicenda in una allucinata esperienza, un incubo in cui tutti personaggi saranno chiamati a misurare la propria coscienza con il Male, quel Male che è il vero protagonista del film, e che al film da il titolo. Il titolo originale è infatti The Touch of Evil, il Tocco del Male, e non si capisce come mai i distributori italiani sia venuta di una traduzione tanto “imbecille” (Morandini) e fuorviante come L’infernale Quinlan. 

“A Welles interessa non tanto la grandezza del male, quanto l’innocenza nel peccato”, di conseguenza le scelte estetiche del film rispecchiano l’ambiguità morale dei personaggi, con una deformazione violenta delle immagini e dei volti, una esasperata profondità di campo e una  velocità doppia fra quella del montaggio, che si serve di virtuosistici piani sequenza (celebre quello iniziale, della durata di tre minuti, in cui l’azione è ripresa in uno spazio molto grande e in cui viene presentato l’antefatto e tutti i personaggi principali del film), e quella dei personaggi all’interno delle singole inquadrature.

La fotografia di Russell Metty opta per un bianco e nero denso di tenebre, di luci intermittenti che giocano a nascondere volti e gesti, di ombre inquiete che corrono sui muri di un un piccolo paesino di confine che potrebbe benissimo essere abitato da fantasmi.

Come in tutti i noir anche in questo il delitto in sé passa in secondo piano e a interessare lo spettatore sono i numerosi personaggi, ognuno alle prese con i propri fantasmi, appunto, come quelli della coscienza di Menzies, l’amico e assistente di Quinlan, o come i fantasmi del passato dello stesso capitano Quinlan. In questa maniera molti sono i temi che confluiscono, che si materializzano e che sfiorano la vicenda principale e il film diventa un’opera complessa sulla giustizia e sulla moralità, sull’amicizia e sulla morte. Del resto la scelta di un’ambientazione suggestiva, simbolo di incertezza, come il confine non è casuale, ma diventa la metafora dell’incertezza e della labilità delle scelte e delle azioni umane. 

Il confine messicano, poi, sarà sempre un ambiente presente nella narrativa americana, basti pensare a Non è un paese per vecchi, romanzo di Cormac McCarthy dal quale è stato tratto l’omonimo film dei fratelli Coen (1007), anche questa, splendida opera sul male, l’avidità e la violenza cieca.

Da segnalare poi  una bruna Marlene Dietrich che interpreta la cartomante Tania, enigmatico personaggio che porta con sé tutto il fascino e il mistero di un ombra intrappolata ne limbo fra il passato e la modernità (ne è un esempio l’arrendamento del suo locale: c’è una pianola di altri tempi che suona per attirare i clienti, “ma adesso ho anche la televisione – dice Tania – antico e moderno”).

Produzione:

La Universal tolse di mano al regista il film in postproduzione, tagliò una ventina di minuti, riducendolo alla durata di 95 minuti, fece girare nuove scene (dirette da Harry Keller), modificò il 1° montaggio. Negli anni ’90 il produttore Rick Schmidlin, ammiratore di Welles, si propose di restaurarlo, ripristinandolo nella sua forma originaria. Il restauro, terminato nel 1998, fu fatto a cura di Walter Murch, e la versione che ne risulta (112 minuti) è ora quella proposta in DVD dalla stessa Universal.

Curiosità:

Il film viene ironicamente citato in una scena di Ed Wood di Tim Burton: Ed Wood (Johnny Depp) parlando con Orson Welles (Vincent D’Onofrio) si lamenta di come i produttori vogliano sempre imporre gli attori sbagliati per interpretare certe parti nei film. Welles risponde “Non dirmelo. Sto giusto cominciando a lavorare a un film in cui vogliono che Charlton Heston interpreti un messicano!”

L’Infernale Quinlan viene citato nel film di Robert Altman I protagonisti (1992). Durante il piano sequenza iniziale il responsabile della sicurezza di uno studio hollywoodiano elogia il valore stilistico del piano sequenza facendo riferimento proprio al magistrale incipit de L’infernale Quinlan.

Un brano della colonna sonora di Henry Mancini venne utilizzato come titoli di testa del film “Contratto per Uccidere” (1964) di Don Siegel.

Una scena dell’Infernale Quinlan compare nel film di Woody Allen Basta che Funzioni (2009), dato che il protagonista, Boris, la sua giovane moglie a vedere alcuni film.

EDOARDO TREVISANI