I FILM DEL SABATO: DYLAN DOG, IL TRILLO DEL DIAVOLO

Ci scusiamo per l’inadempienza, ma c’√® di mezzo un romanzo, V.R.O.L.O.K., e un film, Il sepolcro, da continuare e terminare. Oggi si ritorna alle pellicole saturnine, dopo tanto. Cogliamo l’occasione per recensire “Dylan Dog, Il Trillo Del Diavolo” (2012) un film indipendente scritto, diretto interpretato (e pure filmato, montato e musicato, cosa vi ricorda questo modus operandi, carissimi? ūüôā ) da Roberto D’Antona, un nostro “collega” che, per altro, ha fondato la Grage Pictures, un marchio indipendente (come il nostro) e pugliesissimo (come il nostro).

Il “cugino” D’Antona ci regala un mediometraggio indipendente dedicato al pi√Ļ famoso super eroe senza calzamaglia italiano: Dylan Dog. Il film supera, in qualit√† e fedelt√†, nettamente quella boiata di “Dead Of Night”, vero e proprio stupro nei confronti di Dyd. In “Dylan Dog, Il Trillo Del Diavolo” ci sono tutti; il Nostro Eroe ma anche Bloch e Groucho. Il low budget dell’opera rende acora meglio l’aria fumettistica che pervade l’intero film, la storia √® un mix tra “Inception” (2010) di Christopher Nolan e l’immortale poema epico “La Divina Commedia” di Dante. Il tutto √® “affogato” nelle istanze dylandogghiane di¬†humour¬†e paranormale. Come accade anche nei nostri film, a volte l’accento degli attori √® in contrasto con il luogo in cui si ambienta la vicenda. Chissenefrega, fondamentalmente, √® un dettaglio assai marginale in confronto agli effetti splatter molto curati, alla storia visionaria, alle grouchate e allo zelo (benevolo) che la Grage Pictures ci ha messo nel ricreare il mondo Dyd nei minimi dettagli.¬†A noi il film √® piaciuto (specie un vampirico Xabaras nel finale). Non vi rovineremo la sorpresa con spoiler e bastardate simili, il film lo trovate su YouTube.

FRANCESCO PASANISI.

I FILM DEL SABATO: KINSEY

Ha sicuramente precorso, senza volerlo, la filosofia beatnik del Libero Amore, tuttavia gli studi dell’entomologo, biologo e sessuologo Alfred Kinsey possono essere contestati unicamente per il fatto di aver considerato il sesso una pratica meccanica senza implicazioni emotive, il che √® errato. Questo √®, ¬†per√≤, un errore trascurabile dato che i suoi due saggi scientifici sul sesso “Il comportamento sessuale dell’uomo” (1948) e “Il comportamento sessuale della donna” (1953), ¬†oltre che a “sdoganare” abitudini sessuali ritenute all’epoca dei crimini (sodomia, omosessualit√† ecc..), hanno messo a nudo quella violenza sessuofobica e quella perversione diffusa negli States che erano coperte da una sorta di “crosta” fatta di perbenismo ed ipocrisia.

Il tema, per l’epoca, era deprecabile. Il povero prof. Kinsey, figlio di un padre bigotto che si scoprir√† poi malato compulsivo di autoerotismo, √® riuscito, nonostante tutto, a compiere la sua missione. Ha esordito con lezioni universitarie sul sesso davvero fuori dal comune, con temi, proiezioni e domande all’epoca impensabili. Poi si √® gettato a capofitto in un progetto di ricerca sociale basato sulle abitudini ¬†erotiche degli americani. Tramite i suoi sondaggi, i questionari e persino gli studi audiovisivi sui ¬†rapporti sessuali umani e non, oggi possiamo sfogliare un’accurata antropologia genitale dell’essere umano. Kinsey, in tutto ci√≤, ha seguito lo stile di vita del Bonobo, il quale si accoppia come atto meccanico e di piacere. Se ne pu√≤ discutere, ma l’importanza del suo testamento spirituale e scientifico √® grande. Peccato che il Nostro si sia spinto troppo in l√†, almeno secondo la morale anni Cinquanta, infatti gli sono stati tagliati i fondi sino a spingerlo a incontrare, follemente, nuovi piaceri sessuali da studiare (finisce anche col pungersi a sangue il prepuzio per vedere cosa si prova).

Nel mondo del grande schermo, il regista Bill Condon, scrive e dirige “Kinsey” (2004), il film-biografia che illustra la vita e l’opera di questa “mosca bianca” del mondo accademico statunitense. Kinsey √® interpretato magistralmente da Liam Neeson, il quale rende in maniera molto realistica la personalit√† tormentata, libertina e geniale dello scienziato. Il film √® ricco di scene sessualmente forti, ma tutto in nome della biopic e della scienza.

Gradevole l’alternanza di montaggio fra il bianconero e il colore nonch√© il dinamico collage di volti durante una sequenza in cui alcuni intervistati rispondono alle domande usate, poi, per stilare il Rapporto Kinsey (ossia il progetto dei due libri). “Kinsey” si aggira fra la commedia, l’erotico e il dramma in stile Paul Thomas Anderson (regista di “Boogie Nights” e “Magnolia”).

Assolutamente da vedere, se non altro per passare due ore di¬†assoluta convivenza pacifica fra la scienza ed un film realizzato in modo toccante e in certi casi divertente al tempo stesso. Bravo Condon..peccato che poi hai diretto “The Twilight Saga”.

Prodotto da Francis Ford Coppola.

FRANCESCO PASANISI.

I FILM DEL SABATO: BURN AFTER READING

Cari easyphonati d’Italia, perdonate l’assenza quasi totale di rubriche per questi 30 giorni passati, ma eravamo impegnati con le Amministrative. Oggi, per√≤, si ricomincia. Con i nostri bravi 18 voti leccesi riprendiamo i sabati cinefili con “Burn After Reading” (2008) dei fratelli Coen.

Il film vede uno psicotico agente del tesoro, Harry Pfarrer (George Clooney) barcamenarsi fra allergie isteriche, paranoie e manie personali nonché fra un matrimonio in crisi compensato dalla relazione con Katie Cox (Tilda Swinton) una teutonica e fredda pediatra sposata, a sua volta, con Osbourne Cox (John Malkovich), analista della CIA auto-licenziatosi per questioni di alcolismo. Questo trittico incappa, nolente, in una sarabanda di situazioni grottesche a causa di un file testuale scritto da Osbourne, una sorta di memoriale del suo lavoro alla CIA.  Il documento finisce nello spogliatoio della Hard Bodies, una palestra locale. A trovarlo è Chad Feldheimer (uno svampito e truzzo Brad Pitt) un istruttore del posto, amico di Linda Litzke (Frances Mc Dormand), personal trainer della stesa palestra, vogliosa di ringiovanire la sua mezza età tramite costosissimi interventi di chirurgia estetica. Il resto è un carosello grottesco-morboso-comico splatter che conduce ad un finale dialogato che fa scattare allo spettatore una inevitabile risata liberatoria.

Autori molto prolifici, i Coen Bros nel 2008 sfornarono due follie di seguito. “Burn After Reading” viene subito dopo il western metropolitano “Non √® Un Paese per Vecchi”. Quest ultimo ha, per√≤, oscurato “Burn” quasi ingiustamente. Si tratta di due film totalmente diversi e perci√≤ √® impossibile fare dei paragoni sulla qualit√†. “Burn After Reading” ha tutto il diritto di entrare nelle bacheche dei grandi film del Terzo Millennio. Umorismo yiddish, dramma psicologico misto a comicit√†, situazioni pulp, fotografia da spy movie anni ’80, ritmo serrato e un Brad Pitt comico e gigione che vale tutto il prezzo del biglietto.

Nel film ritroviamo la brillante Mc Dormand, gi√† attrice per i Coen in “Fargo” (1996), nel ruolo di una coraggiosa poliziotta in dolce attesa.

Memorabile la scena della splatterosa morte del bambinone Chad. E’ talmente improvvisa e quasi avulsa dal contesto scenico che diverte invece di intristire. ¬†John malkovich √® un perfetto alcolista maniaco-depresso, uno dei migliori cattivi…in una commedia.

Se potessimo dare un voto, 10 va benissimo, specie per la “fuck-machine” costruita in casa dal depresso Clooney.

FRANCESCO PASANISI

I FILM DEL SABATO: THE DEPARTED

A TUTTI GLI AMANTI DEL GANGSTER MOVIE!

Una domenica del novembre 2006 ho avuto il piacere, anzi l‚Äôonore, di vedere l‚Äôultima fatica di Martin Scorsese: ‚ÄúThe Departed‚ÄĚ (2006).

Con questo film il vecchio Martin ritorna ai fasti degli anni Novanta e chi fra gli amanti del gangster movie puro certamente lo credeva ‚Äúdeparted‚ÄĚ (in italiano ‚Äúdipartito‚ÄĚ) come regista, dopo incursioni prima nel mondo zen con il semi ignorato ‚ÄúKundun‚ÄĚ e poi nel biografico e intimista ‚ÄúThe Aviator‚ÄĚ, potr√† di certo esultare per il ritorno dello Scorsese ironico, ultraviolento, amante dell‚Äôemoglobina e ottimo conoscitore del crimine organizzato.¬†

‚ÄúThe Departed‚ÄĚ √® la bieca storia di Frankie Costello, un anziano boss malavitoso interpretato da un Jack Nicholson in formissima che ritorna a sfoggiare il famoso ghigno, un mix fra la perfidia del Satana de ‚ÄúLe Streghe di Eastwick‚ÄĚ (1987) di Gerge Miller ed il sarcasmo mortale del Joker di ‚ÄúBatman‚ÄĚ (1989) di Tim Burton.

Il perfido Frank Costello (Nicholson) manovra come pupazzetti del Subbuteo due sbirri ambiziosi e giovanissimi, interpretati da Matt Damon e Leonardo di Caprio. Nel film il bene e il male si mescolano come un mazzo di carte rovesciando gli archetipi del buono e del cattivo. Di Caprio, infatti, è un poliziotto violento, rissoso e farmaco dipendente imparentato con la mafia ma sostanzialmente è lui l’eroe intenzionato ad arrestare Costello, mentre Damon diventa poliziotto portando la bandiera dell’uomo integerrimo e immacolato ma è LUI ad avvisare Costello sulle operazioni di polizia contro la sua organizzazione proteggendolo. Scorsese, cattolico di Sinistra,  ritorna sui temi bene/male criticando in contemporanea la società americana in modo molto aspro denunciando le varie magagne esistenti fra forze dell’ordine, Stato e mafia.

Come al solito impeccabile -e solo pochi maestri della regia al livello di Stone, Kubrick, Tarantino e, appunto Scorsese ne sono capaci- la colonna sonora non originale. Per i pezzi che ci sono nel film, oltre che seguire la trama e l‚Äôimmagine, ci si siede in platea ascoltando anche della buona musica. Specialmente il brano “I’m Shipping Out To Boston” dei Dropckick Murphy.

Chi si √® fatto gli occhi con ‚ÄúCasin√≤‚ÄĚ (1994) e con ‚ÄúQuei Bravi Ragazzi‚ÄĚ (1990) celebrer√† con caviale e champagne il grande ritorno di zio Marty. Non ci sono De Niro e Joe Pesci stavolta, tutto ci√≤ che di negativo ha rappresentato la coppia italoamericana nei film precedenti √® riassunto in Jack Nicholson. Il film √® critico, duro, tragico ma anche spassoso, un po’ alla “Snatch” (2000) di Guy Ritchie o alla “Fargo” (1986) di Joel Cohen oppure alle pellicole tarantiniane.

Il montaggio, la dinamicit√† delle scene, gli schizzi di sangue elargiti con generosit√†, il sarcasmo pulp (ampliato da Nicholson), il cast stellare (abbiamo Mark Walberg, Alec Baldwin e un redivivo e saggio Martin Sheen) ci riprtano alla trilogia della mafia iniziata da Scorsese con “Mean Streets” (1973). “The Departed” non √® esattamente un quarto figlio della triade criminosa, essendo per lo pi√Ļ improntato su malavitosi irlandesi che italiani, ma ha comunque il suo posto d’onore fra i migliori gangster movie girati dal 1930, l’epoca di “Nemico Pubblico” con James Cagney.

FRANCESCO PASANISI

I FILM DEL SABATO: RATATAPLAN

“Ratataplan” (1979) oltre ad essere un film di e con Maurizio Nichetti, √® anche l’onomatopea ipotetica del rullo di tamburi. Mai titolo pi√Ļ azzeccato per un film come questo.

Il neolaureato ingegner Colombo (Nichetti), fantasioso e geniale omino che in tutto il film non spiccica parola, vive diversi episodi comico-surreali legati alla propria intenzione di cercare lavoro. Le situazioni ci fanno ridere, ma un po’ dispiace per un Archimede Pitagorico in carne ed ossa che riesce a costruire marchingegni che gli servono al letto caff√® e vestiti e che tuttavia resta disoccupato. Nel primo episodio Colombo √® convocato per un test ingegneristico di design. La prova consiste nel disegnare un albero. Colombo non lo supera per aver illustrato un albero fiorente e coloratissimo, differente rispetto alla monotonia grigia degli altri lavori dei candidati, tutti alberi grigi, secchi e spogli.¬†

Il nostro genio incompreso vive in un quartiere milanese in cui si incontrano personaggi di varia¬†umanit√†¬†e molto caricaturali, quasi felliniani. Abbiamo una donna meridionale perennemente incinta (Lidia Biondi); un vecchio che, impassibile, rimane giorno e notte seduto ad una sedia in cortile; una ragazza (Angela Finocchiaro) che si diletta indossando stracci astrusi¬†nonch√©¬†un’insolita e buffa scuola di ballo in casa che ha tra le allieve un’altra ragazza (Edy Angelillo) di cui Colombo √® invaghito, ma lei sembra frequentare un artista componente della compagnia Quelli di Grock.

Come seconda opportunit√†, Colombo viene assunto in un chiosco di bibite e panini. Il posto √® terribilmente isolato e, a quanto sembra, √® aperto solo per servire birre “a tempo indeterminato” all’alcolizzata ed arrogante proprietaria (Ione Greghi). Stranamente qualcuno chiede un’urgente ordinazione al telefono. Serve immediatamente un bicchier d’acqua da far bere ad un importante boss/industriale paralitico (Roland Topor) colpito da un malore. Colombo, durante il tragitto, rende il bicchiere d’acqua un intruglio imbevibile, perch√© la bevanda viene prima travasata per errore in un cappello da vigile urbano, poi mescolata con tempera da alcuni imbianchini, poi riempita di becchime per piccioni, affumciata con gli scarichi di macchine e, infine, nell’ascensore dell’edificio in cui c’√® il boss, una mosca ci affoga dentro. Colombo e i gregari del boss, come se fosse niente, gli fanno bere l’improponibile intruglio e, miracolo del surrealismo comico, il malato non solo rinviene, ma addirittura si alza dalla sedia a rotelle e saltella. Da qui in poi il chiosco diventer√† ¬†una specie di “Lourdes” dell’idroscalo. Colombo ripeter√† perfettamente tutti i passaggi di preparazione del miracoloso beverone donando le gambe a molti paraplegici e la proprietaria, che gi√† si sentiva Ges√Ļ Cristo, viene santificata e sovvenzionata dal boss. Colombo, vero artefice del miracolo, non buscher√† niente.

La penultima avventura del Nostro √® vissuta insieme all‘amichetto della ragazza di cui √® invaghito. Colombo, per sbarcare il lunario con velleit√† artistiche, diventa membro della Copperativa Teatrale Quelli Di Grock, una filodrammatica circense itinerante nel milanese. Il rivale in amore ne fa parte, sar√† uno sputafuoco imbranato e improbabile. Lo spettacolo da inscenare √® in una nebbiosa zona rurale del capoluogo lombardo. L’autoritario impresario della Compagnia (Enrico Grazioli), entra in una casa popolare disordinata e piena di carabattole in cui, nacosti un po’ ovunque, dormono Quelli Di Grock. L’impresario, dopo aver ripulito la loro tavola da avanzi di cibo, li sveglia bruscamente con una tromba. Gli artisti iniziano cos√¨ un surreale modo di sbrigarsi ed uscire. Dopo file chilometriche per lavarsi ad uno scassato lavandino, si occupano delle stoviglie, pulendole ed asciugandole come in una catena di montaggio da cartone animato. Escono tutti da casa, tra cui uno dei “Grock” che dorme comatosamente in un sacco a pelo e messo sul portapacchi del loro furgone viaggiante. L’impresario scaraventa a terra un bidone dell’immondizia e da l√† esce Colombo, pronto a partire. La Compagnia, arrivata al luogo da destinarsi, dopo diverse peripezie comiche, allestisce l’improbabile “Magic Show”, uno squallido teatro di strada che, oltre alla pochezza artistica, vandalizza le fattorie circostanti. Quelli di Grock verranno inseguiti con i forconi.¬†

Ultima avventura per Colombo. Vuole a tutti i costi conquistare la ragazza che gli piace. Essendo troppo timido, costruisce un robot con le proprie fattezze monitorato e comandato a distanza. La ragazza ed il cyborg di Colombo vanno in discoteca, solo che qualcosa va storto, il meccanismo va in blocco e il robot fa ripetutamente il gesto “da bere per due” rendendo la ragazza completamente ubriaca. Nel frattempo Colombo incontra la ragazza degli stracci (la Finocchiaro) con cui, dopo essersi divertiti indossando vestiti buffi, amoregger√† sepolti da stracci vecchi.

E’ un film muto? Una commedia slapstick? Un nuovo “Hellzapoppin” (film surreale comico del 1941 di Henry C. Potter)? Una commedia felliniana in stile cartoon? S√¨, √® tutto questo insieme. “Ratataplan”, film d’esordio di Maurizio Nichetti, √® un vera e proprio bomba comica e surreale. Tutto ci√≤ che succede di strano, nel film √® incondizionatamente consueto. Nichetti ci presenta un paradosso anti-disoccupazione che fa veramente divertire tutti. Adulti e bambini.

“Ratataplan” entra con tutti gli onori nella bacheca dei capolavori del cinema comico e in quello “circense”, insieme a “Tempi Moderni” (1936) di Charlie Chaplin, da cui pesca qualche spunto, ai corti del cinema muto famoso di Harold LLoyd e Buster Keaton (Colombo fa un sacco ridere ma lui non ride mai) e a “I Clowns” (1970) di Federico Fellini. Qui si ride sempre, anche nei momenti di riflessione (il tirare a campare del protagonista, i “capi” sempre autoritari, ottusi e violenti ed il sottoproletariato dei rioni popolari).

Nichetti ha girato un cartoon dal vivo con soli 100 milioni di lire, inserendo anche realt√† locali (qui assolutamente autoironiche) del panorama artistico milanese; la scuola di mimo Quelli Di Grock √® esistita sul serio e fondata da Nichetti stesso. La scena dedicata a Quelli Di Grock √® presa da un documentario (“Magic Show”) di Nichetti stesso girato in precedenza.¬†

Pochi soldi, tante idee, niente convenzioni.

FRANCESCO PASANISI

I FILM DEL SABATO: ASSASSINI NATI

Peccato non si siano ben capiti e di conseguenza non hanno pi√Ļ collaborato ad altre follie divertenti per il cinema, perch√© “Assassini Nati” (1994) √® un filmone partorito da due tizi che, come dice la famosa frase, “insieme non possono uscire”. Quentin Tarantino ha scritto il soggetto, Oliver Stone lo ha diretto e sceneggiato. I due ragazzacci, per√≤, hanno litigato, ma di brutto e per un concorso di colpa. E’ vero che Tarantino si era un zinzino incacchiato per il fatto che Stone aveva preso solo il soggetto per poi riscrivere tutta la sceneggiatura, ma √® vero pure che non puoi consegnare ad un cineasta “politicoso” come Ollie, un copione che √® fondamentalmente la versione citazionista, scanzonata e pulp di “La Rabbia Giovane” (1971) di Terrence Malick. Un litigio, quindi, talmente pesante che i due non hanno mai pi√Ļ lavorato insieme. Ora, √® vero che resta la curiosit√† di come sarebbe statyo il film “fedele” a Tarantino, ma √® vero pure che la revisione di Stone pi√Ļ la trama di Quentin ha tirato fuori un film profondo, dinamico, pulp, comico ed interessante.¬†

La vicenda di “Assassini Nati” ruota attorno a Mickey Knox (Woody Harrelson) e Mallory Wilson (Juliette Lewis), poi sposata Knox. I due giovani e simpatici sposi novelli, dopo aver ucciso i genitori di lei (in nome del politically correct si d√† un’attenuante al crimine, in quanto il padre √® un violento alcolista stupratore e la madre non si oppone per nulla a questi episodi, altrimenti, probabilmente, il pubblico non avrebbe mai accettato l’omicidio di due genitori normali) vanno in giro, mangiando pejote, a uccidere la gente e fare rapine per sopravvivere in una vita “on the road”. Quando Mickey e Mallory sono in un posto qualunque, uccidono e rubano, ma solo un superstite viene risparmiato per raccontare i fatti, come in un western italiano di serie B (e qui Tarantino si sente parecchio). Tutto ci√≤ √® rappresentato in un mix lisergico fra un action movie, un horror scalcinato, un film brutto degli anni Settanta e una serie di fotogrammi acidi e a cartoon da fare invidia persino ad “Arancia Meccanica” (1971) di Stanley Kubrick. Ma sto divagando, torniamo alla storia. I due novelli sposini si imbatteranno poi nei tre veri cattivi del film: il giornalista e conduttore Wayne Gale (Robert Downey Junior) che ha fatto di loro delle star grazie ai documentari ed i report che li dedica; Jack Scagnetti (Tom Sizemore), poliziotto traumatizzato e sadico tanto quanto i criminali che cattura e Dwight Mc Luskey (un caricaturale Tommy Lee Jones), sadico e reazionario direttore del carcere di Batongo, penitenziario in cui Mickey e Mallory verranno rinchiusi.

Quentin Tarantino √® presente nella trama in generale, nell’atmosfera pulp e comica e nella colonna sonora pop rock non originale (un must dei film di Quentin, vedere Pulp Fiction dello stesso anno e Le Iene del 1992). Stone √® presente nel montaggio formato da diversi formati di pellicola, di fotografia, diversi colori e cartoni animati, cosa che riprender√† Rob Zombie in “La Casa dai Mille Corpi” (2005). Il nostro Oliviero Pietra si sente e si vede in dosi massicce anche nelle implicazioni socio-politiche e post vietnamiste¬†(l’evasione da Batongo sembra un campo di battaglia di Hanoi negli anni Settanta, con granate, AK47 e armi varie).

Il film √® un saggio sui mass media e la violenza in relazione ai poteri quali stampa e forze dell’ordine e alla comune opinione pubblica. Nonostante il litigio Stone/Tarantino l’edizione ultima del DVD contiene, tra le scene eliminate, due lunghi momenti esilaranti e ultrasplatter, ma esclusi nel montaggio finale per non incasinare il tutto, presenti nella sceneggiatura originale di Tarantino.

La versione ufficiale del film non è così efferata come si vuol far credere, infatti, nella quasi introvabile videocassetta dove nulla è stato omesso, il film sembra quasi un horror. Un esempio fra tutti la fine che fa Dwight Mc Luskey. Dopo essere stato linciato dagli evasi, nella cassetta vediamo la sua testa grondante sangue impalata. 

Tra gli attori il Martin Luther King dei Navajos, tale Russel Means, attore ed attivista politico per i diritti dei pellerossa.

Nel doppiaggio italiano, la voce di Mickey Knox √® di Roberto Pedicini, ormai confinato (in senso buono, visto che a farlo √® maledettamente bravo) a dare parole italiche a personaggi cattivi, borderline o semplicemente pazzoidi, come il Gaston de “La Bella e La Bestia” (1991) di Gary Trousade e Kirk Wise, L’Andy Kaufman (Jim Carrey) di “Man on The Moon” (2000) di Milos Forman oppure il sadico guardiano Sean Nokes (Kevin Bacon) in “Sleepers” (1996) di Barry Levinson.

FRANCESCO PASANISI

I FILM DEL SABATO: DISTRETTO 13

Una gang che celebra strani rituali con il sangue va in giro a sparare la gente per ottenere terrore e supremazia nel proprio quartiere. In contemporanea vengono trasportati tre condannati a morte verso l’ultimo miglio. Una serie di sparatorie, cruente uccisioni e blitz fanno in modo che poliziotti, superstiti del quartiere (tra cui un uomo di mezza et√† che ha visto uccidere sua figlia con un unico e cruento sparo al petto e con una freddezza spiazzante) e gli stessi condannati dovranno lottare duro, all’interno del distretto numero 13, per fermare l’orda assassina della gang, asse3tata del loro sangue per via della morte di un loro compagno. L’edificio dovr√† essere loro baluardo difensivo e i malcapitati pronti ed armati fino ai denti. La lotta sar√† dura.¬†

Voi direte “√® un western”. No, anzi, diciamo di s√¨. “Distretto 13” (1976) di John Carpenter √® un western travestito da action-thriller metropolitano. Il vecchio Johnny, noto regista thriller-fanta-horror, in realt√† √® stato conquistato in primis dal western. Molti suoi film, con i dovuti cambiamenti, sono dei western a tutti gli effetti. “Distretto 13” √® il pi√Ļ “schietto”. Facciamo una prova, si va per dettagli: camionetta penitenziaria, pistolone con silenziatori, automobili in strada. Provate a rileggere lo stesso riassunto di sopra, per√≤ mettendoci una diligenza, colt e cavalli. Cosa esce fuori? Una versione “per adulti” e moderna di “Un Dollaro D’Onore” (1959) di Howard Hawks, film preferito di Carpenter.

Il film è cupo, dinamico e privo di qualsiasi fuoriuscita dalle tematiche azione/sparare/angoscia/terrore.

Le musiche, dello stesso Carpenter, temi elettronici post minimali, cadenzano in maniera eccellente le scene del film, specie quelle in cui qualcuno ci lascia per il regno dei pi√Ļ. Le riprese sembrano portare lo spettatore in soggettiva.

Questo √® molto evidente nella sequenza iniziale ed in quella finale. La folla inferocita delle gang contro i “buoni” sembra davvero voler colpire te che lo guardi in salotto. Il 3D ovviamente non era quello di oggi, solo nel ’54 ci fu un isolato esperimento nel film “Delitto Perfetto” di Alfred Hitchcock, ciononostante a giudicare dalle immagini per un attimo ci si preoccupa dove vadano a finire quelle raffiche d’arma da fuoco e queglin oggetti da taglio o contundenti.

La gang di giovani sanguinari √® davvero inquietante. Freddi, di poche parole e abilissimi con le armi. Si tratta di una vera e propria setta, abbigliati come degli squadroni della morte latinoamericani. Il film sembra nascere da alcune atmosfere da saloon nate con la Contestazione post Vietnam e forse √® cos√¨. Una citt√† semi deserta ed in mano alle violente gang. Il caos. Un clima in cui si respira malcontento e angoscia. S√¨, c’√® tutto questo, ma Carpenter non si lascia andare a facili melodrammoni post-bellici e ci regala un solido prodotto d’horror-azione da vedere e rivedere.

FRANCESCO PASANISI.

I FILM DEL SABATO: CHE FINE HA FATTO TOTO’ BABY?

Tutte le autorevoli pubblicazioni cinefile e cinematografiche hanno considerato il film “Che Fine Ha Fatto Tot√≤ Baby?” (1964) un prodotto scadente e mediocre. In realt√† √® uno dei migliori esperimenti cinematografici italiani degli anni Sessanta. Diretto da Ottavio Alessi e, per buona parte, da Paolo Heusch, il film √® nato con l’intento, di Heusch, di rifarsi dal flop de “Il Comandante” (1964), una commedia drammatica intimista sempre con Tot√≤ come protagonista.¬†

“Che Fine Ha fatto Tot√≤ Baby” √® una palese parodia del celebre “Che Fine Ha Fatto Baby Jane?” (1962) di Robert Aldrich, con Bette Davis e Joan Crawford. La trama √® simile per alcuni versi, fatta eccezione per alcuni dettagli non trascurabili. La Davis e la Crawford sono due sorelle, di cui una inferma, che hanno un rapporto di odio e servo/padrone. Tot√≤ e Pietro De Vico sono due fratelli che, come le donne di Aldrich, si esibiscono negli auditorium in show per bambini, ma hanno come genitori un magnaccia e ladro (sempre Tot√≤) ed una prostituta (Olimpia Cavalli). Tot√≤ e Pietro continuano, nel corso della storia italiana, con i furti e gli scippi. Le sorelle di “Baby Jane” hanno una vita normale agli occhi degli altri. Tot√≤, gi√† cattivo, diventa un truce psicopatico dopo aver ingerito della marijuana. La Davis √® pazza gi√† dall’inizio del film di Aldrich.

Dopo un lungo intro con Tot√≤ Baby da bambino e il fratello Pietro che parodiozzano la prima scena di “Che Fine Ha Fatto Baby Jane?” con scenetta di Tot√≤ e Castellani nel finale, dopo aver percorso i decenni storici italiani del ‘900 in cui Tot√≤ Baby e Pietro commettono crimini ovunque, il film ci porta in un mix fra diverse parodie: il giallo, il poliziesco, il noir, il thriller e il drammatico. Cinque generi allegramente parodizzati, grazie anche alla capacit√† d’improvvisare di Tot√≤ e alla sua spalla De Vico. I due fratelli, ad un certo punto del film, decidono di commettere piccole e grandi rapine in pieno giorno in centro. Iniziano prima con la Previdenza Sociale. Vediamo un bieco Tot√≤, che sembra uscito da un film di Howard Hawks, pedinare con sfollagente in mano, un’anziana che ha ritirato la pensione. Senza remore la tramortisce e le ruba la busta. Ci prova Pietro, ma viene aggredito perch√© ha scelto una “vittima” abbastanza robusta e grande. Pietro √® in ospedale, Tot√≤ Baby gli fa visita e lo picchia per la sua inettitudine. Da qui capiamo ancor meglio la ferocia di Tot√≤ Baby e la poca intelligenza di Pietro.

Fra maltrattamenti e stupidit√†, i due proseguono la loro dubbia attivit√†. Rapinano viaggiatori alla stazione fingendosi facchini. Tot√≤ Baby √® sempre freddo, impeccabile e capace. Stranamente anche Pietro lo √®, la sua valigia rubata √® grossa quanto quella del truce fratello. Tornati nel covo, per√≤, scopriranno che nella valigia di Pietro c’√® un cadavere. Per sbarazzarsene finiscono, dopo sketch imperdibili fra i due, in una villa di un certo Mischa Hauber (Mischa Hauer) un anziano russo che coltiva marijuana e che d√† festini a base di fumate pazzesche. Mischa e i due fratelli raggiungono un accordo: il silenzio da parte del russo circa il cadavere in cambio dell’uccisione di sua moglie. Tot√≤ Baby riesce a ucciderla, ma la donna, ormai cadavere, gettandola dalla finestra finisce su una gamba di Pietro, rompendogliela. Tot√≤ Baby, cos√¨, ricatta Mischa in cambio di un sistemazione e, un giorno, scambiando la marijuana coltivata in giardino per insalata, ne manger√† un bel po’ fino a diventare un efferato assassino.

“Che Fine Ha Fatto Tot√≤ Baby” √® uno dei primi horror-comici italiani. Dopo “Tot√≤ Diabolicus” (1962) di Steno, probabilmente si √® voluto rifare lo stesso colpaccio, unendo il nero mortifero con i film di Tot√≤. A nostro avviso, in barba a noiosi parrucconi della critica, √® stato un ri-colpo davvero riuscito. Il film sembra fondere insieme anche un pessimo cortometraggio americano gesuita anni Trenta dal titolo “Reefer Madness”, in cui, in maniera bigotta, assistiamo agli effetti dell’erba su alcuni partecipanti ad una festa. Fumando e fumando diventeranno anche loro sadici killer ghignanti come Tot√≤ in questo film. Nella pellicola di oggi, per√≤, la politica e il moralismo non c’entrano.

Lo humour nerissimo √® davvero troppo per fare polemiche conservatrici. Memorabili alcuni momenti horror. La scena in cui Tot√≤, gi√† impazzito, spezza a martellate le gambe del fratello ha un forte impatto; per non parlare degli altri omicidi, due fra tutti, i modi in cui le escort di Micha (le attrici tedesche Hivi Holzer e Alicia Brandet) soccombono alla furia omicida del Principe Della Risata. Non capita in tutte le commedie popolari di vedere Tot√≤ strangolare in maniera violenta e sciogliere nell’acido due belle fanciulle.¬†

Finale che, come l’inizio, parodizza “Che Fine Ha Fatto Baby Jane?”. Consigliato ai fan del macabro e a quelli di Tot√≤.

FRANCESCO PASANISI

I FILM DEL SABATO-FUGA DI MEZZANOTTE

Il regista di “Assassini Nati” (1994) (Oliver Stone), il regista di “The Wall” (1980) (Alan Parker) e il Brest di “Querelle De Brest” (1982) (Brad Davis) riuniti per questa biopic estrema, violenta e politica tratta dall’autobiografia di William Hayes. “Fuga Di Mezzanotte” (1978) di Alan Parker √® un film che ha suscitato polemiche sia per il periodo, vicinissimo alla vicenda che √® del ’70, sia per velate accuse di xenofobia appioppate a Stone, sceneggiatore del film, per il quale gli valse un Oscar. In realt√†, la storia di Hayes, giovane americano arrestato in Turchia per aver avuto addosso due chili di hashish poi maltrattato e seviziato nelle carceri locali, di xenofobo non ha assolutamente nulla.¬†

Quello che √® accaduto al nostro sfortunato protagonista altro non √® stata che una sorta di espiazione esagerata da parte delle istituzioni turche verso gli USA che, all’epoca dei fatti, aveva attriti col Paese mediorientale per via delle politiche di Richard Nixon. Hayes, quindi, √® stato un capro espiatorio di un brutto incidente diplomatico ed il fatto che i secondini vengano dipinti come perversi, sadici e compiaciuti della violenza fa parte un po’ di tutto il filone carcerario del cinema, da “Le Ali Della Libert√†” (1994) di Frank Darabont a “Sleepers” (1996) di Barry Levinson.

La violenza in “Fuga Di Mezzanotte”, per√≤, √® solo in parte lo specchio della vicenda realmente accaduta. Stone e Parker, certamente per motivi drammaturgici, avranno voluto un po’ esasperarne i toni e i dettagli, ma ci√≤ non svilisce il concetto espresso dall’opera: i governi, reazionari, altro non fanno che imperare, odiarsi a vicenda e chi ci va di mezzo sono sempre i giovani che vogliono solo divertirsi e convivere civilmente. E’ un film sicuramente imperdibile per chi √® interessato al cinema impegnato socio-politicamente, ma lontano dai crismi ermetici e tutto sommato pesanti del cinema di contestazione vero e proprio che va dal ’68 ad oggi. D’altro canto Stone e Parker non sono nuovi a questo tipo di cinema. “Mississippi Burning” (1988) di Parker, parla dei movimenti xenofobi anni ’60 negli USA meridionali e tutti i film di Stone (escluso l’inguardabile “World Trade Center” del 2006) sono intrisi di polemica, questioni sociali e politica.

Cast molto eterogeneo. Abbiamo, oltre a Brad Davis, John Hurt (il John Merrick di “Elephant Man”, diretto da David Lynch nel 1980) nel ruolo del tossicomane britannico Max, vittima preferita di nonnismi e maltrattamenti carcerari. Paul Smith (Bluto nell’insipido “Popeye” di Robert Altman, 1980) interpreta Hamidou, il capo dei secondini, violento e perverso. Il nostro Paolo Bonacelli (L’avvocato di “Johnny Stecchino” di Roberto benigni, 1991), si dimostra un ottimo caratterista nel ruolo negativo di Rifki, un “anziano” detenuto turco che lo spettatore, per quanto si dimostra un cattivone violento, viscido ed opportunista, odia gi√† dopo 5 minuti dalla sua apparizione. Nei panni dell’avvocato Yesil, difensore di Hayes, Franco Diogene, attore presente in film sexy-comici anni ’70 come “Taxi Girl” (1977) di Michele Massimo Tarantini. Il giudice √® interpretato da Gigi Ballista, famoso caratterista italiano che, fra i tanti, ha interpretato il Dottor Professor Giacinto Castellan in “Signore e Signori” (1966) di Pietro Germi.¬†

Musiche di Giorgio Moroder che, insieme a Stone sempre in veste da sceneggiatore, ha formato la stessa coppia all’interno del cast tecnico di “Scarface” (1984) di Brian De Palma.

FRANCESCO PASANISI

I FILM DEL SABATO: BATMAN

Il film non √® per bambini. Cupo, noir, darkissimo e con atmosfere horror ed hard boiled. “Batman” (1989) di Tim Burton ha lanciato un guanto di sfida ai cine-fumetti d’oltreoceano. Il regista di “Beetlejuice” (1988) ha confezionato un film tratto da un fumetto, sostanzialmente, per ragazzi tratto dalla serie a fumetti creata da Bill Finger e Bob Kane (The Batman) pubblicata dal lontano 1939 sulle riviste DC Comics Inc.¬†

Solo che il nostro Timmy ha preferito ispirarsi pi√Ļ al “Il Ritorno Del Cavaliere Oscuro” di Frank Miller (autore borderline americano, padre di fumetti come “Sin City”), quindi una Gotham ed un Bat-Mondo lontano anni luce dall’atmosfera colorata, leggera e tutto sommato ingenua delle pagine anni ’40.

Nel Batman burtoniano abbiamo un Bruce Wayne (Michael Keaton) trasformatosi in cavaliere oscuro della giustizia dopo la morte dei genitori, uccisi in una rapina da Jack Napier, il quale dopo una colluttazione in un’industria chimica, diventa il Joker, superciminale intelligentissimo e circense esperto in veleni e chimica. Nel film il nostro pagliaccione preferito √® interpretato da un Jack Nicholson in stato di grazia; per non parlare di quando fa quelle facce e quegli scleri alla “Shining”, l√† ci piace ancora di pi√Ļ, forse persino pi√Ļ figo di Batman stesso. Le origini del Joker, in questob film, sono tratte liberamente da un altro bat-fumetto controverso. “The Killing Joke” di Alan Moore (autore fumettaro di perle come “From Hell” e “La leggenda Degli Uomini straordinari”).¬†

La bella della storia √® la fotocronista Vicky Vale, interpretata da Kim Basinger, sex simbol anni ’80 diventata famosa per “9 settmane e 1|2” (1982) di Adrian Lyne. Altra gente interessante nel cast c’√®, eccome. Abbiamo Jack Palance nel ruolo di Karl Grissom, prima boss e poi vittima n.1 di Jack Napier/Joker. Il personaggio in verit√† doveva chiamarsi Rupert Thorne, villain politico/mafioso nemico di Batman creato nel 1974, ma era meglio non ingarbugliare vicende su vicende. Palance √® stato anche il cattivo dell’action movie “Tango & Cash” (1989) di Andrej Konńćalovskij. Michael Cough, attore inglese che ha lavorato anche per la Hammer Films interpretando Arthur Holmwood in “Dracula Il Vampiro” (1958) di Terence Fisher, veste i panni di Alfred Pennyworth, raffinato, gentile, servizievole e brillante maggiordomo tuttofare di Batman.

“Batman”, cos√¨ come il gi√† trattato sequel “Batman Returns”, ha un insolito approccio per essere un film su un super eroe. Questo lo dobbiamo a Burton ed al cast tecnico il quale, volente o nolente, grazie anche alla fotografia, alle musiche (Danny Elfmn e Prince), alle scenografie (Anton Furst, Premio Oscar per questo film) ed al make up rende il cattivo pi√Ļ figo e necessario del supereroe. In questa pellicola Batman viene quasi considerato dal pubblico un fastidioso guastafeste che non ride mai, molto noioso, anche se buono, rispetto al pimpante e psichedelico Joker.¬†

Il cinema iconoclasta di Burton ci sorprende ogni volta. Qui vediamo non solo una revisione del rapporto triadico eroe-cattivo-pubblico, ma anche, come nel secondo, riferimenti all’infanzia trasformati in armi mortali (i palloncini tanto carini ma che sprigionano il letale Gas Smilex), humour nerissimo che contamina la cultura di massa (in “Batman Returns” il Natale e l’opinione pubblica, in questo l’apparire in Tv e la pubblicit√†) nonch√© una golosa citazione che Joker fa di Andy Warhol vandalizzando un museo “convenzionale”.

Momenti horror. Come saltarli? ¬†Molto divertente e macabra la scena in cui il Joker parla con il cadaver di un padrino francese appena arso vivo da lui stesso. La sala chirurgica in cui joker si opera sembra uscita da “Re-Animator” (1985) di Stuart Gordon. Occhio alla dentiera-giocattolo semovente che, grondante sangue, cade dalla bocca del Joker e non dimenticate la macabra e sadica morte del cattivo.

Diluvia? Nevica? Fa freddo? Tutti e tre? Perfetto, scappate a noleggiarlo e, se lo avete in casa, guardatelo per passare un bel fine settimana.

FRANCESCO PASANISI.