I FILM DEL SABATO: FUORI ORARIO

Qualsiasi cosa si dà a Marrtin Scorsese, eccezion fatta per il bruttarello “Gangs Of New York” (2003), diventa vero e proprio oro colato del cinema italoamericano. Questo “Fuori orario” (1987) è forse una delle opere più interessanti del cinema grottesco anni Ottanta. Abbiamo Paul Hackett (Griffin Dunne), un giovane programmatore di computer presso una società informatica newyorkese che in una notte, partendo da una cenetta con una ragazza intrigante insierme alla quale si discute sul libro “Il Tropico del Cancro” di Henry Miller, vive un’odissea incredibile fatta di gente trovata morta, crmini di strada, baristi paranoici, discoteche rock in cui è costretto a farsi la cresta punk ed il logo di un techio col cappello alla Uncle Sam che, sotto varie forme, perseguiterà il Nostro, diventando una sorta di leit motiv del Destino all’interno del film.

“Fuori Orario” è uno dei progetti più peculiari dello Zio Marty. Il vero paradigma di un cinema metropolitano e cinico, fatto di vicoli illuminati da una fotografia che va dal rosso-bruno, al porpora al blu-verdastro; la presenza costante di personaggi bizzarri e surreali, comici persino; l’apparente appagamento del protagonista, che sembra a primo acchitto quasi apprezzare l’odissea notturna che rompe la monotonia, finendo, però, per esserne tragicamente inghiottito sino alla disperazione.

Disperazione, sì, ma il film diverte e non annoia, specie nel finale demenziale che sembra uscito da uno sketch di Buster Keaton.

Anche qui Scorsese non rinuncia al gusto del macabro e delle ferite corporali; la morte, anche se ridanciana, pervade l’intera pellicola. Molto suggestivo anche il velocissimo montaggio in cui vediamo i vari tipi di ustione presenti su un libro di medicina.

“Fuori Orario” ha fatto scuola anche nella cultura italiana. L’albo n.26 di Dylan Dog, “Dopo Mezzanotte” di Sclavi e Casertano, altro non è che la versione horror-noir di questo film. Non possiamo omettere neanche l’omaggio che ne ha fatto quel compagnone di Enrico Ghezzi, ideando e onducendo il programma “Fuori Orario”, che su raitre, specie nel week end, si dà alla cinefilia più disparata per la nostra gioia.

FRANCESCO PASANISI

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I FILM DEL SABATO: THE DEPARTED

A TUTTI GLI AMANTI DEL GANGSTER MOVIE!

Una domenica del novembre 2006 ho avuto il piacere, anzi l’onore, di vedere l’ultima fatica di Martin Scorsese: “The Departed” (2006).

Con questo film il vecchio Martin ritorna ai fasti degli anni Novanta e chi fra gli amanti del gangster movie puro certamente lo credeva “departed” (in italiano “dipartito”) come regista, dopo incursioni prima nel mondo zen con il semi ignorato “Kundun” e poi nel biografico e intimista “The Aviator”, potrà di certo esultare per il ritorno dello Scorsese ironico, ultraviolento, amante dell’emoglobina e ottimo conoscitore del crimine organizzato. 

“The Departed” è la bieca storia di Frankie Costello, un anziano boss malavitoso interpretato da un Jack Nicholson in formissima che ritorna a sfoggiare il famoso ghigno, un mix fra la perfidia del Satana de “Le Streghe di Eastwick” (1987) di Gerge Miller ed il sarcasmo mortale del Joker di “Batman” (1989) di Tim Burton.

Il perfido Frank Costello (Nicholson) manovra come pupazzetti del Subbuteo due sbirri ambiziosi e giovanissimi, interpretati da Matt Damon e Leonardo di Caprio. Nel film il bene e il male si mescolano come un mazzo di carte rovesciando gli archetipi del buono e del cattivo. Di Caprio, infatti, è un poliziotto violento, rissoso e farmaco dipendente imparentato con la mafia ma sostanzialmente è lui l’eroe intenzionato ad arrestare Costello, mentre Damon diventa poliziotto portando la bandiera dell’uomo integerrimo e immacolato ma è LUI ad avvisare Costello sulle operazioni di polizia contro la sua organizzazione proteggendolo. Scorsese, cattolico di Sinistra,  ritorna sui temi bene/male criticando in contemporanea la società americana in modo molto aspro denunciando le varie magagne esistenti fra forze dell’ordine, Stato e mafia.

Come al solito impeccabile -e solo pochi maestri della regia al livello di Stone, Kubrick, Tarantino e, appunto Scorsese ne sono capaci- la colonna sonora non originale. Per i pezzi che ci sono nel film, oltre che seguire la trama e l’immagine, ci si siede in platea ascoltando anche della buona musica. Specialmente il brano “I’m Shipping Out To Boston” dei Dropckick Murphy.

Chi si è fatto gli occhi con “Casinò” (1994) e con “Quei Bravi Ragazzi” (1990) celebrerà con caviale e champagne il grande ritorno di zio Marty. Non ci sono De Niro e Joe Pesci stavolta, tutto ciò che di negativo ha rappresentato la coppia italoamericana nei film precedenti è riassunto in Jack Nicholson. Il film è critico, duro, tragico ma anche spassoso, un po’ alla “Snatch” (2000) di Guy Ritchie o alla “Fargo” (1986) di Joel Cohen oppure alle pellicole tarantiniane.

Il montaggio, la dinamicità delle scene, gli schizzi di sangue elargiti con generosità, il sarcasmo pulp (ampliato da Nicholson), il cast stellare (abbiamo Mark Walberg, Alec Baldwin e un redivivo e saggio Martin Sheen) ci riprtano alla trilogia della mafia iniziata da Scorsese con “Mean Streets” (1973). “The Departed” non è esattamente un quarto figlio della triade criminosa, essendo per lo più improntato su malavitosi irlandesi che italiani, ma ha comunque il suo posto d’onore fra i migliori gangster movie girati dal 1930, l’epoca di “Nemico Pubblico” con James Cagney.

FRANCESCO PASANISI