CI LASCIA ANCHE TOBE, BRUTTA ANNATA

Era il 1996, per me un anno importante che ha segnato l’inizio della mia autonoma attività di “ricercatore” del genere horror pur avendo solo 11 anni. In una mattina di primavera andai con mio padre in edicola, perché era consuetudine che ad ogni uscita comprassi un fumetto. Entrati, acquistai un numero di “Venom” davvero molto interessante e ben disegnato. Girai, poi, lo sguardo alla mia destra; c’era un numero di “Rassegna Del Cinema Horror”, collana spettacolare e senza censure che riproponeva in vhs i film horror storici, dagli anni Trenta ad inizi Novanta. Quella volta, in allegato c’era “Non Aprite Quella Porta” (1974), diretto da Tobe Hooper. Ne avevo letto un po’ su un piccolo manuale di film di paura del 1988, pubblicato insieme ad un numero special di Dylan Dog e me ne ero già incuriosito. Riuscì a convincere i miei ad acquistarlo, era sempre un film v.m.18 pur con i metri di giudizio anni Settanta. Da lì in poi la mia horror mania era maturata, grazie a quel piccolo capolavoro crudo, low cost e anche di satira sociale. Grazie Tobe, che la terra ti sia leggera.

FRANCESCO PASANISI

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UN FILM AL GIORNO: NON APRITE QUELLA PORTA

“Il film che state per vedere è il resoconto della tragedia avvenuta a cinque giovani…”. Questo è l’inizio scritto e narrato del film “Non aprite quella Porta” (1974) (in originale “The Texas Chainsaw Massacre””) opera prima del regista texano Tobe Hooper, famoso per film di culto come “Poltergeist” (1981) ma anche di brutture inguardabili come “Le Notti Di Salem” (1979). “Non Aprite quella Porta” ha questo angosciante incipit per un preciso motivo: ingigantire l’aspetto angosciante di un film che di suo lo è già. Gli abilissimi “omini del marketing” fecero, in prevendita, passare la trama del film come tratta da un fatto di cronaca nera realmente accaduto, in cui cinque ragazzi in gita a Newton incappano in una famiglia di serial killer dediti a strani rituali feticisti con ossa umane e al cannibalismo. E’ in sostanza ciò che accade nel 1980 con “Cannibal Holocaust” (ma con una messinscena migliore) fino alla “perfezione” del marketing datata 2000, ossia “The Blair Witch project” di Myrich e Sanchez. “Non aprite quella Porta”, in realtà, di angosciante e splatter ha ben poco e ciò è dovuto all’estrema povertà di mezzi e ad alcune trovate isteriche attoriali che creano delle sequenze di pura comicità, una sorta di Looney Tunes dell’orrore in carne ed ossa. Gli unici momenti in cui si trema un poco sono quelli dedicati al notiziario che fa da sottofondo ad un cadavere putrefatto legato ad un piccolo obelisco cimiteriale e agli ultimi 25 minuti in cui Sally (Marylin Burns) è ogni secondo sempre più vicina alla morte, prima per mano di Facciadicuoio (un gigante forzuto e ritardato che, indossando una maschera di pelle umana, uccide le proprie vittime con martelli e motoseghe, interpretato da Gunnar Hansen) che strazia davanti a lei a colpi di motosega il fratello invalido Franklin (Paul A. Partain) che si era diretto nei boschi con la sorella in cerca degli altri tre loro amici, già periti in casa del “gigante”; poi incontra un altro membro della famiglia che la picchia con una scopa, la sequestra e la porta nella loro casa per torturarla con l’aiuto di Granpa (John Dugan) mezzo bicentenario, mezzo zombi che, dopo essersi rianimato succhiando del sangue da un taglio su un dito di Sally, verrà aiutato dai nipoti a spaccarle il cranio con uno “sledge-hammer”, uno di quei martelli che usano gli uccieri nei mattatoi. La ragazza si salverà e fuggirà impazzita.

“Non Aprite Quella Porta” è una macabra opera d’arte per lo più incompresa da alcuni salotti importanti della cinematografia mondiale. In onor del vero, la pellicola di Hooper ha delle sciccherie che farebbero impazzire qualsiasi semiologo del cinema. Si tratta di alcune trovate dislocate in ogni aspetto (tecnico, la storia, i dialoghi) che non vanno sottovalutate. La povertà di mezzi e i tempi brevissimi con cui Hooper ha dovuto fare i conti sono stati per la verità dei preziosi collaboratori per dare un taglio “visivo” quasi documentaristico: la fotografia con molta grana e a volte addirittura assente, la musica talmente minimale che sembra scomparire nelle sequenze, le scene di estrema violenza messe quasi fuoricampo che danno quasi l’idea di un cineamatore “imboscato” che sta filmando un crimine per non prlare della macchina da presa che riprende in un montaggio imperfetto e disturbante inquadrature alternate degli occhi lacrimosi e terrorizzati di Sally e i suoi torturatori che se la ridono. Questi gli aspetti tecnici, la trama è tutt’altro che un semplice “slasher movie” (questo film, comunque, è precursore di questo sottogenere che prevede la conta dei morti a causa di uno o più killer); “Non Aprite Quella Porta” è una metafora-critica sull’intolleranza e la grettezza dei costumi sudisti, texani, per la precisione. In quello Stato si formarono le prime bande del Ku Klux Klan, c’era la schiavitù dei neri e ancora in questi ultimi 30-40, ci spiega il film, persiste un clima d’intolleranza e ultraconservatorismo. Gli omicidi iniziano proprio quando Kirk (William Vail), uno dei ragazzi, entra nella casa degli assassini, come voler esasperare il concetto molto enfatizzato che hanno gli stati del sud verso la proprietà privata.

I cinque ragazzi, non è palese ma comprensibile per alcuni aspetti, sono degli Hyppies, tendenza che nei primi anni Settanta era disprezzata ed allontanata come fosse un virus, specie in territori così “rurali”, conservatori e, come i personaggi di Verga, attaccati alla “roba”. Altro aspetto socio-politico di “Non Aprite quella Porta”: la famiglia di macellai killer texani -tramite uno “spiegone” da parte di Hitchicker (Edwin Neal), fratello di Leatherface- ha perso il lavoro nel mattatoio a causa dei metodi moderni, più sbrigativi e meno dispendiosi; a causa di un fucile ad aria compressa che uccide all’istante il bestiame, gli uccisori sono stati licenziati e probabilmente la famiglia di Leatherface è impazzita a causa della disoccupazione. Non è solo questo, “Non aprite Quella Porta” è anche un film che vuole riassumere il malessere statunitense del post-vietnam: la brutalità della famosa “sporca guerra”, ragazzi arruolati che tornavano a casa solo dopo morti, la ferita nell’orgglio USA di aver perso contro Ho Chi Mihn sono presenti, metaforicamente, in questo piccolo capolavoro.

Del film esiste un seguito, nettamente inferiore al prototipo ma più divertente e tecnicamente migliore (es. gli effetti speciali sono di Tom Savini). Il sequel fu girato nel 1986 e grazie a questa pellicola noi ricorderemo uno psicotico Dennis Hopper che duella a colpi di motosega (a tipo scherma) contro Leatherface.

FRANCESCO PASANISI