I FILM DEL SABATO: RATATAPLAN

“Ratataplan” (1979) oltre ad essere un film di e con Maurizio Nichetti, è anche l’onomatopea ipotetica del rullo di tamburi. Mai titolo più azzeccato per un film come questo.

Il neolaureato ingegner Colombo (Nichetti), fantasioso e geniale omino che in tutto il film non spiccica parola, vive diversi episodi comico-surreali legati alla propria intenzione di cercare lavoro. Le situazioni ci fanno ridere, ma un po’ dispiace per un Archimede Pitagorico in carne ed ossa che riesce a costruire marchingegni che gli servono al letto caffè e vestiti e che tuttavia resta disoccupato. Nel primo episodio Colombo è convocato per un test ingegneristico di design. La prova consiste nel disegnare un albero. Colombo non lo supera per aver illustrato un albero fiorente e coloratissimo, differente rispetto alla monotonia grigia degli altri lavori dei candidati, tutti alberi grigi, secchi e spogli. 

Il nostro genio incompreso vive in un quartiere milanese in cui si incontrano personaggi di varia umanità e molto caricaturali, quasi felliniani. Abbiamo una donna meridionale perennemente incinta (Lidia Biondi); un vecchio che, impassibile, rimane giorno e notte seduto ad una sedia in cortile; una ragazza (Angela Finocchiaro) che si diletta indossando stracci astrusi nonché un’insolita e buffa scuola di ballo in casa che ha tra le allieve un’altra ragazza (Edy Angelillo) di cui Colombo è invaghito, ma lei sembra frequentare un artista componente della compagnia Quelli di Grock.

Come seconda opportunità, Colombo viene assunto in un chiosco di bibite e panini. Il posto è terribilmente isolato e, a quanto sembra, è aperto solo per servire birre “a tempo indeterminato” all’alcolizzata ed arrogante proprietaria (Ione Greghi). Stranamente qualcuno chiede un’urgente ordinazione al telefono. Serve immediatamente un bicchier d’acqua da far bere ad un importante boss/industriale paralitico (Roland Topor) colpito da un malore. Colombo, durante il tragitto, rende il bicchiere d’acqua un intruglio imbevibile, perché la bevanda viene prima travasata per errore in un cappello da vigile urbano, poi mescolata con tempera da alcuni imbianchini, poi riempita di becchime per piccioni, affumciata con gli scarichi di macchine e, infine, nell’ascensore dell’edificio in cui c’è il boss, una mosca ci affoga dentro. Colombo e i gregari del boss, come se fosse niente, gli fanno bere l’improponibile intruglio e, miracolo del surrealismo comico, il malato non solo rinviene, ma addirittura si alza dalla sedia a rotelle e saltella. Da qui in poi il chiosco diventerà  una specie di “Lourdes” dell’idroscalo. Colombo ripeterà perfettamente tutti i passaggi di preparazione del miracoloso beverone donando le gambe a molti paraplegici e la proprietaria, che già si sentiva Gesù Cristo, viene santificata e sovvenzionata dal boss. Colombo, vero artefice del miracolo, non buscherà niente.

La penultima avventura del Nostro è vissuta insieme all‘amichetto della ragazza di cui è invaghito. Colombo, per sbarcare il lunario con velleità artistiche, diventa membro della Copperativa Teatrale Quelli Di Grock, una filodrammatica circense itinerante nel milanese. Il rivale in amore ne fa parte, sarà uno sputafuoco imbranato e improbabile. Lo spettacolo da inscenare è in una nebbiosa zona rurale del capoluogo lombardo. L’autoritario impresario della Compagnia (Enrico Grazioli), entra in una casa popolare disordinata e piena di carabattole in cui, nacosti un po’ ovunque, dormono Quelli Di Grock. L’impresario, dopo aver ripulito la loro tavola da avanzi di cibo, li sveglia bruscamente con una tromba. Gli artisti iniziano così un surreale modo di sbrigarsi ed uscire. Dopo file chilometriche per lavarsi ad uno scassato lavandino, si occupano delle stoviglie, pulendole ed asciugandole come in una catena di montaggio da cartone animato. Escono tutti da casa, tra cui uno dei “Grock” che dorme comatosamente in un sacco a pelo e messo sul portapacchi del loro furgone viaggiante. L’impresario scaraventa a terra un bidone dell’immondizia e da là esce Colombo, pronto a partire. La Compagnia, arrivata al luogo da destinarsi, dopo diverse peripezie comiche, allestisce l’improbabile “Magic Show”, uno squallido teatro di strada che, oltre alla pochezza artistica, vandalizza le fattorie circostanti. Quelli di Grock verranno inseguiti con i forconi. 

Ultima avventura per Colombo. Vuole a tutti i costi conquistare la ragazza che gli piace. Essendo troppo timido, costruisce un robot con le proprie fattezze monitorato e comandato a distanza. La ragazza ed il cyborg di Colombo vanno in discoteca, solo che qualcosa va storto, il meccanismo va in blocco e il robot fa ripetutamente il gesto “da bere per due” rendendo la ragazza completamente ubriaca. Nel frattempo Colombo incontra la ragazza degli stracci (la Finocchiaro) con cui, dopo essersi divertiti indossando vestiti buffi, amoreggerà sepolti da stracci vecchi.

E’ un film muto? Una commedia slapstick? Un nuovo “Hellzapoppin” (film surreale comico del 1941 di Henry C. Potter)? Una commedia felliniana in stile cartoon? Sì, è tutto questo insieme. “Ratataplan”, film d’esordio di Maurizio Nichetti, è un vera e proprio bomba comica e surreale. Tutto ciò che succede di strano, nel film è incondizionatamente consueto. Nichetti ci presenta un paradosso anti-disoccupazione che fa veramente divertire tutti. Adulti e bambini.

“Ratataplan” entra con tutti gli onori nella bacheca dei capolavori del cinema comico e in quello “circense”, insieme a “Tempi Moderni” (1936) di Charlie Chaplin, da cui pesca qualche spunto, ai corti del cinema muto famoso di Harold LLoyd e Buster Keaton (Colombo fa un sacco ridere ma lui non ride mai) e a “I Clowns” (1970) di Federico Fellini. Qui si ride sempre, anche nei momenti di riflessione (il tirare a campare del protagonista, i “capi” sempre autoritari, ottusi e violenti ed il sottoproletariato dei rioni popolari).

Nichetti ha girato un cartoon dal vivo con soli 100 milioni di lire, inserendo anche realtà locali (qui assolutamente autoironiche) del panorama artistico milanese; la scuola di mimo Quelli Di Grock è esistita sul serio e fondata da Nichetti stesso. La scena dedicata a Quelli Di Grock è presa da un documentario (“Magic Show”) di Nichetti stesso girato in precedenza. 

Pochi soldi, tante idee, niente convenzioni.

FRANCESCO PASANISI

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