UN FILM AL GIORNO: NON SI SEVIZIA UN PAPERINO

Dopo una gavetta di tutto rispetto nel mondo delle commedie targate Totò e Franco e Ciccio, dopo aver creato assieme a Steno il popolarissimo personaggio di Nando Meniconi impersonato da Sordi in “Un americano a Roma” (1954), Lucio Fulci, a partire dagli anni Settanta, si getta a capofitto nel noir, nel thriller e nell’horror sino all’anno della propria morte, il 1996. Il film di oggi ha un titolo che, prima della visione, suscita ilarità o perplessità. “Non Si Sevizia un Paperino” (1972) è, invece, uno dei più inquietanti e crudeli gialli/horror della storia del cinema italiano. Il nostro Dottor Fulci (si è quasi laureato in medicina e chirurgia scegliendo, però, il mondo del cinema) ci confeziona un prodotto “rurale” e iperrealista unito ad una trama hitchcockiana. 

Ad Accettura, paese immaginario e minuscolo del Sud Italia, si consuma la tragedia di tre bambini uccisi in circostanze misteriose. Non sarà facile per Patrizia (Barbara Bouchet), giovane ragazza libertina e viziosa mandata come “in esilio” nel paese dal padre per allontanarla da ambienti “Beatnik”, e per il giornalista Martelli (Tomas Milian) vivere in un simile clima paesano, già di per sé retrogrado e superstizioso, e ancor meno difficile (per Martelli soprattutto) sbrogliare il caso. Accettura è il classico paese di montagna piccolo, poco abitabile e legato ancora ad alcuni retaggi che oggi farebbero ridere. La comunità vive in totale sudditanza dei precetti parrocchiali del luogo. Il parroco, il giovane Don Alberto (l’attore francese Marc Porel che nel 1980, nei panni di un ufficiale napoleonico, spalleggerà Alberto Sordi nel film “Il Marchese del Grillo) sembra un uomo affabile, mansueto e molto attaccato ai suoi compaesani, specie ai bambini, per i quali organizza partite di calcetto e li tiene lontani da tentazioni peccaminose, arrivando persino a chiedere ad un suo amico edicolante di non accettare pubblicazioni oscene. Un terzo personaggio che non gode proprio d’ospitalità ad Accettura è la Maciara (Florida Bolkan), una giovane ragazza madre credente ed osservante di certe pratiche esoteriche simili al Voodoo.

La Maciara è vista dai compaesani come una creatura demoniaca e, all’avvento degli omcidi, l’odio verso di lei sale. Come in una tragedia greca, la Maciara si condannerà da sola ammettendo, dopo l’arresto, di aver gettato un malocchio sui tre bambini uccisi. Grande errore sarà della polizia di scagionarla e liberarla (in fondo una malia non costituisce reato, giusto?). E’ libera, dicevamo, ma un “blitz” di quattro uomini accetturini (tre di essi padri delle vittime) le fanno un appostamento e, come freddi e silenziosi automi, la massacrano con pugni, bastoni e catene. La Maciara muore, ma avviene un altro delitto. Martelli e Patrizia, rischiando la vita e salvando Maldina, sorellina ritardata di Don alberto, scopriranno il vero colpevole. 

Un giallo tutto italiano, a volte con atmosfere pasoliniane e neorealistiche. Fulci e il suo co-sceneggiatore Roberto Gianviti offrono allo spettatore un horror show tutto umano in cui il manicheismo viene messo da parte e il clero non se ne esce tanto bene. E’ un giallo che espone la feroce critica verso i paesi retrogradi e isolati, isolamento di cui sono complici le istituzioni, in cui gli abitanti vivono nell’ignoranza e nell’abbrutimento. C’è un serial killer di bambini ad Accettura, ma gli abitanti del piccolo comune (vittime comprese!) non sono meno cattivi del personaggio negativo “ufficiale”. Sono tutti quanti “ufficiosamente” delle carogne: le giovanissime vittime ammazzano a pietre le lucertoline, riesumano il neonato morto della Maciara solo per farla arrabbiare, spiano le prostitute; i più grandi non esitano a macchiarsi di efferata violenza criminale in nome di una giustizia privata che si basa sulla superstizione. 

Questo è “Non Si sevizia Un Paperino”, pellicola che suscitò numerose polemiche, tacciata d’ogni cosa, pedofilia compresa. Questo per via della scena in cui la Bouchet gira in nudo integrale di fronte ad un ragazzino, che in verità anni dopo si scopre essere un nano usato nei controcampi mentre il bambino nei primi piani recitava senza l’attrice.

Film ispiratore, naturalmente, di Tarantino. E’ d’obbligo accomunare la scena della tortura di Mr. Blonde in “Le Iene” (1991) a quella della morte della Maciara: gli effetti cruenti, il sadismo, l’arma bianca e soprattutto la musica radiofonica che viene accesa (ne “Le iene” da una radiolina di Mr. Blonde, in questo film dallo stereo della macchina dei “papà incacchiati”) sono inevitabilmente combacianti. 

Le musiche di alcune scene anticipano il cinismo pulp di pellicole più recenti; la Maciara viene trucidata con in sottofondo “Rhythm” di Louis Bacalov e Riccardo Cocciante (già soundtrack del film “Roma Bene” di Carlo Lizzani del 1971) e a seguire “Quei Giorni Insieme a Te” di Ornella Vanoni e Riz Ortolani (autore anche della OST di tutto il film). I brani danno una curiosa contrapposizione fra la drammaticità della situazione, il pezzo della Vanoni è riproposto anche durante la cruenta morte dell’assassino, e questa musica un po’ più scanzonata o romantica.

Fulci Lives!

FRANCESCO PASANISI

UN FILM AL GIORNO: LA PICCOLA BOTTEGA DEGLI ORRORI

Chi mai poteva immaginare che il film d’esordio di un giovanissimo Jack Nicholson fosse stato proprio quel gioiellino di humour nero che è “La Piccola Bottega degli Orrori” (1961) di Roger Corman? Ebbene sì, nei panni di un ghignante e sadomasochista paziente odontoiatrico c’è proprio il grande Jack, cliente del dottor Phoebus Farb (John Herman Shaner), sadico dentista che verrà ucciso dal timido Seymour (Johnatan Haze), commesso di un fioraio ed innamorato dell’assistente negoziante Audrey (Jackie Joseph), diventato un efferato serial killer per procurare il nutrimento ad Audrey Junior, pianta carnivora importata dalla Cina. Il vegetale (doppiato dal grande regista David W. Griffith) schiavizza letteralmente il povero Seymour che non esiterà a mandare al predicato quanta più gente possibile pur di non sentire i lamenti della pianta (sì, è parlante!) che tutto il giorno lo martellano con una sola parola: “Nutrimi!”. La polizia, come da manuale, brancola nel buio. Anche qui finale sorprendente. 

“La Piccola Bottega degli Orrori”, come il nostro “Benvenuti a Fuocofatuo” (ruffianeria moment, ndr), è troppo comico per un horror e troppo macabro per un film comico. Le scene di violenza sono per lo più suggerite, Corman lavorava con un budget piuttosto risicato, ma sono comunque troppo macabre per decidere se il film sia una commedia, in cui è inusuale che un tizio imbocchi una pianta carnivora con arti mozzati e sanguinanti. Il “black” della pellicola è presente anche nei dialoghi, vere mini-piece tatrali che sembrano scritte dagli autori grandguignoleschi francesi (il Grand Guignol era un genere teatrale specializzato in allestimenti macabri, horror e grotteschi). Il ghigno di Nicholson che se la spassa a leggere un efferato articolo di cronaca mentre è in sala d’attesa ci accompagnerà per quasi cinquant’anni, passando da “Shining” (1980) fino a “Batman” (1989) e “The Departed” (2006). 

Altro aspetto interessante riguarda la figura di Roger Corman, il regista. Questo, ormai, arzillo vecchietto lo abbiamo già paragonato a Mario Bava in qualche articolo fa, ma un’analogia è d’obbligo con un altro grande italiano: il talent scout e musicista Renzo Arbore. A Corman, come ad Arbore, dobbiamo l’esistenza artistica di alcuni mostri sacri del cinema (lo stesso Nicholson, Martin Scorsese, Oliver Stone, Dennis Hopper ecc..); in fondo, in Italia, senza il conduttore de “L’altra Domenica” nessuno avrebbe mai conosciuto Roberto Benigni, Andy Luotto e Nino Frassica. Attualmente Corman produce film, passando il testimone alla figlia Julie, e di tanto in tanto impersona alcuni ruoli di contorno in pellicole horror e thriller. E’ stato il superiore di Clarice Sterling in “Il Silenzio degli Innocenti” (1991) di Johnatan Demme e il primario di un ospedale nell’episodio “Eye” diretto da Tobe Hooper per il film Tv “Body Bags” (1993) di John Carpenter e Tobe Hooper. 

Il film ha due rifacimenti: uno teatrale del 1982, si tratta di un musical allestito da Alan Menken e Howard Ashman e l’altro è un film diretto da Frank “Bowfinger” Oz nel 1987 con titolo omonimo e che si ispira sia al musical che a Corman. Quest’ultimo è nettamente inferiore all’originale (i siparietti musical sembrano estinguere qualunque spiraglio di umorismo macabro), ma ha un cast divertente. Rick Moranis (il “Lord Casco” di “Balle Spaziali”, del 1987, di Mel Brooks) nei panni di Seymour, Steve Martin (che ha impersonato Bobby Bowfinger sempre per Oz) è il dentista sadico e Bill Murray (più noto come il Peter Venkman nella saga “Ghostbusters”) reinterpreta il ruolo che aveva Nicholson nell’originale.

FRANCESCO PASANISI

UN FILM AL GIORNO: IL GIORNO DEGLI ZOMBI

Il terzo film della ormai infinita saga zombesca di George A. Romero è sicuramente il più dichiaratamente politico. Con “Il Giorno degli Zombi” (1985) sono finite le ardite metafore su guerra e consumismo che ci divertivamo a trovare fra le righe dei due primi film, “La Notte dei Morti Viventi” (1968) e “Zombi” (1978). La situazione della trama offre già un ampio spettro per polemizzare istantaneamente: un bunker sotterrano di miglia e miglia, per eludere l’orda di zombi ormai grande come due Stati, in cui si trovano medici e militari ai quali è stato ordinato dal Governo di cooperare insieme per trovare una soluzione alla pandemia. I militari devono facilitare il lavoro degli scienziati che fanno esperimenti sugli zombi. Ogni giorno alcune divise vengono mandate in avanscoperta ed altre sono nei sotterranei e rischiano la vita per catturare qualcuno dei mostri che poi verrà sezionato, studiato o addirittura ammaestrato. Il dottor Logan (Richard Liberty), un anziano medico e ricercatore, malgrado tutto, è riuscito ad ammaestrare e rendere docile uno zombi, che ha chiamato poi Bub (Sherman Howard), come il soprannome dato a suo padre. Chi invece è alla testa dei militari è il giovane capitano Rhodes (Joseph Pilato), spietato, ottuso e volgare; il tipico “villain” che ti sta sulle scatole appena appare nei film. Come in “Zombi”, anche qui i protagonisti sono una donna e due uomini di cui uno un pilota di elicotteri. I tre, Sarah (Lory Cardille), John (Terry Alexander) e William McDermott (Jarlath Conroy) devono vedersela, oltre che con gli zombi, anche con i rapporti umani interni al bunker che vanno sempre peggiorando a causa di tensioni e nervosismi legati alla situazione disperata e alle divergenze fra scienza ed esercito. 

Fra situazioni grottesche-horror-splatter e claustrofobiche vediamo intanto che Rhodes diventa sempre più cattivo e Bub, lo zombi buono, re-impara alcune cose che faceva in vita. Logan lo re-introduce all’uso della pistola, del rasoio, dei libri (qui c’è una strizzatina d’occhio da parte di Romero verso l’amico e collega Stephen King, Bub legge “Salem’s Lot”) e addirittura del walkman e del telefono, grazie al quale scopriamo che gli zombi, con molto esercizio, possono tornare a parlare, Bub balbetta un “ciao” durante una simulazione di telefonata. 

Nonostante gli attriti militari-medici il progetto del dottor Logan migliora di giorno in giorno e forse col tempo tutti i morti viventi (che nel film sono apocalitticamente di numero superiore all’uomo) potrebbero aspirare ad essere dei “Bub” e convivere con gli umani. Le cose prendono una pessima piega da quando Logan, impazzito, nutre il suo pupillo con pezzi di cadavere presi da alcuni uomini di Rhodes, morti mentre combattevano con gli zombi. L’ira del capitano si farà sentire. Logan verrà ucciso, il bunker s’invaderà di zombi, mostrando una vera orgia di sangue, sventramenti, morsi ed arti mozzati. 

Tom Savini, rinomato truccatore italo-americano, si è dato alla pazza gioia inventando nuovi ed estremi modi per uccidere la gente. Le scene di violenza splatter de “Il Giorno degli Zombi” sono ad un livello tale che tre precedenti film con lo stesso Savini al trucco (il già citato “Zombi” del ’78, “Maniac” e “Venerdì 13”, entrambi dell’80) sembrano molto più soft per i deboli di stomaco.

Il nostro amato splatter che pervade i tre quarti del film non deve, però, far arricciare il naso ai cinefili più “intellettuali” e settari; “Il Giorno degli Zombi”, come prima anticipato, è un’esplicita (ma al tempo stesso metaforica) condanna di Romero verso la politica conservatrice ed alienante del presidente Ronald Reagan, in carica proprio in quegli anni. Il governo Reagan sollevò molti malcontenti fra la “working class”, vistasi alienare e schiavizzare mentre i primi “yuppies” se la godevano fra brunch, broking finanziario e biglietti da vista dorati. 

Quel periodo è stato fautore di una telepatia culturale; non solo Romero, ma anche lo scrittore Brett Easton Ellis con il suo libro  “American Psycho” e John Carpenter con il film “Essi Vivono” (questo in verità molto più analogo a Romero rispetto al romanzo di Ellis) hanno sbeffeggiato ed intelligentemente criticato una fase politica a stelle e striscie di tutto NON rispetto.

Gli zombi sono noi e noi siamo gli zombi, ci ricorda sempre Romero. Poi, per vedere chi fra i due è più cattivo…noleggiate il film e gustatevelo in poltrona.

FRANCESCO PASANISI

UN FILM AL GIORNO: CANI ARRABBIATI

Pulp, politicamente scorretto, variegato di momenti drammatici e comici e, soprattutto, claustrfobico. Questo è “Cani Arrabbiati” (1974), film pre-tarantiniano diretto dal Roger Corman del cinema di casa nostra, il grande artigiano Mario Bava; regista che ha firmato, come Corman, alcuni dei migliori film horror e di fantascienza  degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta riuscendo ad ottenere grandi risultati hollywoodiani con la minima spesa (ormai famoso è l’aneddoto legato ad un suo film in cui nessuno si è mai accorto che l’avanzata delle flotte nemiche in un mare in tempesta sia stata realizzata con macchina da presa oscillante e secchiate d’acqua versate su modellini di navigli fatti con scatole di pasta).

“Cani arrabbiati” è un road movie che di certo non ha deluso e non deluderà gli appassionati del poliziesco italiano, è un film appartenente a quel filone trucido legato al crimine, ma sicuramente si tratta di un prodotto autoriale, rispetto alla saga di Maurizio Merli. 

La trama: quattro rapinatori assaltano un furgone postale contenente le buste paga di una piccola azienda farmaceutica di Roma. I criminali non fanno prigionieri, uccidendo le due guardie giurate alla guida del furgone. Scappano con il malloppo, ma la polizia uccide “l’autista” della gang e perfora il serbatoio di benzina lasciandoli così senza mezzo. Scappano in un garage. Bisturi (interpretato da un sorprendente e bravissimo Don Backy, meglio conosciuto come cantautore romantico italiano) prende in ostaggio due donne per riuscire a scappare insieme agli altri due. Ne uccide una sgozzandola e l’altra, Maria (Lea Lander), viene catturata. I tre (che nel corso del film si riveleranno piuttosto simpatici) con l’ostaggio incappano in Riccardo (Riccardo Cucciolla), il quale deve portare un bambino malato in ospedale. I rapinatori lo costringeranno a dare loro uno strappo sino ad una specie di rifugio segreto. Da qui in poi il film sarà quasi interamente girato in automobile e, fra situazioni pulp, momenti grotteschi e violenza quasi comica, giungeranno infine a destinazione. Finale a sorpresa.

Anticipando “Dal Tramonto all’Alba” (1996) di Robert Rodriguez, “Cani Arrabbiati” affronta il tema di alcune persone con scopi ed indole differenti costretti a convivere insieme in un piccolo spazio (qui un’automobile, nel film di Rodriguez un camper) per raggiungere uno scopo criminale che renderà inevitabilmente complici involontari i “buoni” che eventualmente si trovano nella situazione nonché di una lieve “Sindrome di Stoccolma” che può venir fuori tramite alcune conversazioni in quella situazione fra i buoni e i cattivi. 

Molto realistici gli attori, una spanna su tutti Cucciolla e Don Backy, uno risoluto ma non violento, l’altro cattivissimo e ridanciano. Dialoghi alla “Pulp Fiction”, in cui si mescolano discorsi macabri, sessuali e riferimenti alla cultura pop degli anni. Trentadue (George Eastman), uno dei tre criminali, canta “Emozioni” di Battisti a modo suo e cita attrici e canzoni in alcuni discorsi.

Ritornando alle analogie con “Dal Tramonto All’Alba” (seppur con finali totalmente differenti), le tipologie dei personaggi sono affini: Richard Gecko (Quentin Tarantino) nel film di Rodriguez è la fusione fra Bisturi (violenza sadica) e Trentadue (manie sessuali fuori controllo). Jackob (Harvey Keitel), il prete del film di Rodriguez, somiglia molto, come carattere a Riccardo, fermo, duro, risoluto, ma pacifico. Seth Gecko (George Clooney), nel film di Rodriguez criminale professionista, violento solo se necessario e cauto è praticamente il nipote di Dottore  (il francese Maurice Poli, doppiato da Renato Cecchetto) del film di Bava…e così via. 

“Cani Arrabbiati” è (a torto, come sempre) un film di Bava sottovalutato, forse perché insolitamente crudele e gigione al tempo stesso, rispetto ad altri suoi lavori, genialmente architettati e scritti ma piuttosto di maniera. Sembra, però, che questo sia il preferito dei fan del regista sanremese. Un film precursore di Tarantino che ci ha regalato un’oretta e dieci di allegria assassina e virtuosismi filmici. Un “instant movie” che descrive uno spaccato angosciante della Roma nei Settanta, in cui dettavano legge criminalità e terrorismo. Pulpissime musiche di Stelvio Cipriani.

FRANCESCO PASANISI

UN FILM AL GIORNO: BOWFINGER

Davvero curiosa l’esplorazione cinefila fatta da Frank Oz (brillante regista di commedie come “In & Out” e di remake, purtroppo in versione musical, come “La Piccola Bottega Degli Orrori”). Il regista, insieme al grandioso contributo di Steve Martin, Heather Graham e Eddie Murphy, ci regala una commedia brillante/demenziale sul “Fare Cinema”. Si parte da un soggetto scritto da Bobby Bowfinger (Martin) regista indipendente ansioso di una vera opera prima. Bobby ritrova in soffitta un gruzzolo di circa mille dollari, messi da parte da una vita, per girare il suo primo film. Il copione si chiama “Chubby Rain” (Pioggia Cicciosa) e si tratta di un B-Movie fantascientifico con una trama inverosimile, comica e fantasiosa; Bowfinger, come Ed Wood (regista “scrauso” realmente esistito, protagonista del film “Ed Wood” di Tim Burton del 1994, interpretato da Johnny Depp), ricco di entusiasmo espone il proprio progetto a produttori hollywoodiani che, però, rifiutano. Per produrre il film, riesce a strappare una promessa a un produttore esecutivo che distribuirà il film solo a condizione che ci sia nel cast Kit Ramsey (Murphy), “stellone” cinematografico sofferente di paranoia schizoide e iscritto a “Mind-Head” (parodia di scientology). Anch’esso rifiuta  però Bowfinger non molla: Kit Ramsey ci sarà, volente o nolente. La troupe di “Chubby Rain” esegue il casting per trovare un attre nero per i primi piani. Viene preso Jiff, un ragazzo di colore imbranato (sempre Murphy) che poi scopriranno essere il fratello di Ramsey che useranno per scovare gli spostamenti di Kit e, nei ruoli rispettivamente di una donna matura e della ragazza co-protagonista, Carol (Christine Baransky) e Daisy (Heater Graham). Ramsey, come già detto paranoico, si troverà di fronte i personaggi del film, che NON starebbe girando, a creare intorno a lui situazioni riguardanti alieni e complotti come nel copione. Ramsey va in esaurimento e si ricovera alla “Mind-Head” sotto le cure del guru della setta (il pasoliniano Terence Stamp, anche guru in “Yes Man”). 

Si crea poi un  grosso problema. Ramsey ricoverato. La produzione è cancellata. Manca solo la scena in cui il personaggio interpretato da Ramsey sale sul tetto dell’osservatorio e grida agli alieni “beccati, stronzacchioni!”, impossibile da realizzare data la scoperta fatta dagli ufficiali della “Mind-Head” di aver portato al tracollo nevrotico Ramsey. Bowfinger è sconsolato, dopo numerose furberie per girare senza permessi, magheggi monetari e quant’altro vede il suo progetto svanire in fumo. Unica salvezza è il materiale del suo cameraman, che ha girato delle immagini di Kit Ramsey di nascosto nella sua vita quotidiana. Grazie a queste finiscono “Chubby Rain” e Bowfinger diventa un grande cineasta di B-Movies ottenendo un  contratto in Cina in cui è scritto che dovrà girare film con Jiff. 

Film demenziale ma che suscita un certo interesse sul fare del cinema. Molto simile alla serie italiana, e al film, “Boris”, anche se successiva al film. Gli elementi in comune ci sono tutti: la feroce satira verso il sistema produttivo e di marketing del Cinema. Il divo paranoico ed egocentrico (Stanis La Rochelle di “Boris” è molto simile a Kit Ramsey). L’attricetta sgallettata disposta a far carriera con ogni mezzo (Daisy, di questo film, e Corinna Negri di “Boris” si somigliano molto, anche fisicamente). Il regista a volte bonario e a volte no che gira “a cazzo di cane” (Ferretti di “Boris” sembra separato dalla nascita da Bowfinger). E’ una pellicola che anticipa una certa satira sul “filmaking”. Un continuo sberleffo, a volte anche cinico, su ciò che circonda il sistema intero della cinematografia. Un elogio alle autoproduzioni. Si ride, insomma, ma intelligentemente.

Soggetto dello stesso Steve Martin.

FRANCESCO PASANISI

UN FILM AL GIORNO: BATMAN RETURNS

Non solo film come “Allonsanfan” o “Thirteen Days” sono prodotti di cinema d’autore che narrano di Storia. Nel cinema la Storia si può individuare anche in diversi generi. Un esempio è “Batman Returns”, un film non propriamente storico o d’attualità. La pellicola è stata girata nel 1992 dal folle Tim Burton ed è qualcosa in più oltre che un film ispirato al fumetto sull’uomo pipistrello nato nel 1939 dalle menti di Bill Finger e Bob Kane. Limitarsi a dire che il film è un fumettone fatto di solo divertissement è superficiale. Tim Burton prende Batman, il Pinguino e Catwoman e li tuffa in una Gotham City cupa e idolatra che vive una crisi politica e sociale in quanto nessuna autorità riesce a placare le ondate di violenza. 

Il criminale peggiore della vicenda è il magnate Max Schreck ( in tedesco vuol dire Massimo Panico), il cui nome è un affettuoso omaggio all’attore che, nel lontano 1922, interpretò la parte del Conte Orlock nel capolavoro dell’espressionismo tedesco “Nosferatu: Eine Simphonie des Grauens” di Friedrich Wilhelm Murnau. Schreck è un avido e cinico industriale che ha in mente la costruzione di un condensatore che assorbirà l’energia da Gotham City. Egli sa benissimo che non è facile farsi strada da solo per mettere in atto il piano e, soprattutto, nascondere i suoi crimini passati. Di colpo il destino è dalla sua; come una manna dal cielo, viene attirato nelle fogne al cospetto dell’uomo pinguino, interpretato da un Danny Devito in ottima forma.

Il Pinguino è nato a Natale. Per il suo aspetto e la sua aggressività fu abbandonato dai genitori nelle fogne e desidera riuscire a risalire in superficie per vivere una vita normale, convinto che Schreck possa realizzare il suo sogno senza compromessi. Il crudele magnate non è convinto dal discorso del Pinguino ed ecco che il mutante lo ricatta, mostrandogli delle prove schiaccianti riguardo a costruzioni abusive, rifiuti tossici scaricati senza remore nelle fogne e di suoi soci d’affari fatti a pezzi e “scaricati”. I due villain si alleano. Molti aspetti del film ci rimandano direttamente alla storia del Novecento, come ad esempio il modo in cui Schreck decide di trombare il sindaco di Gotham City, ostacolo per i suoi piani. Schreck manovra il Pinguino e la sua banda di clown assassini per attuare atti di violenza e vandalismo in città e riesce a candidare l’uomo uccello a sindaco. La strategia della tensione funziona. Il pinguino parla all’opinione pubblica del sindaco come di un uomo superficiale che ha lasciato Gotham in balia di “pagliacci fuori di senno”, gli uomini dello stesso Pinguino, che ricordano un po’ gli “agenti provocatori” di cui si parlava ultimamente in merito ad alcune manifestazioni. L’idea della strategia della tensione in senso nazista è chiarissima, infatti, Max Schreck mentre espone l’idea al Pinguino cita l’incendio del Reichstag, provocato dai nazisti facendo ricadere la colpa sui partiti di sinistra. 

Un altro aspetto è rappresentato dalla colonna sonora. Danny Elfman compone i motivi di ogni singola scena riarrangiando e campionando l’inno dell’Azerbaijan, nazione dominata dalla Russia stalinista (l’invasione di Baku del 1922), amalgamato col tema dell’uomo pipistrello. Dal minuto 01.19 in poi l’inno è incredibilmente simile ad alcuni temi musicali del film. Infine non possiamo omettere che l’ingresso furibondo di Batman nel rifugio del Pinguino, a cui l’eroe ha impedito un olocausto di bambini, sia molto somigliante all’entrata dei russi e degli americani in Germania con obiettivo il bunker di Hitler ed i lager. Come le SS nella seconda guerra mondiale, anche i seguaci del Pinguino fuggono all’arrivo del Bat-scafo, lasciando il perfido antagonista solo col suo nemico.

Batman per la prima volta nei mass media combatte per la verità e la giustizia in senso politico; registra alcune frasi del Pinguino in cui egli disprezza Gotham City e durante il comizio del mezzo palmipede riesce ad intrufolare la registrazione e rivelare al popolo quello che realmente è il Pinguino: un boss del crimine con coperture “in alto”, cattivissimo e perfido genocida. 

Nel soggetto e nella sceneggiatura -di Sam Hamm, Daniel Waters e del non accreditato Weslet Strick- vi sono elementi iconoclasti verso cultura e istituzioni “sacre” americane; il Pinguino riesce ad incastrare Batman circa il rapimento di un’attrice –attuato dallo stesso panciuto mutante- e la polizia non esita a sparare addosso al nostro tenebroso uomo pipistrello. Il carattere iconoclasta/antisistema è anche suggerito da alcuni travestimenti dei sicari del Pinguino: vediamo acrobati trampolieri vestiti come lo Zio Sam, ma aventi maschere che raffigurano orrendi zombi. Quello che dovrebbe essere un gruppo di funamboli e clown che allietano grandi e piccini, vale a dire il circo, nel film diventa un manipolo di sicari che non esitano a sparare sulla gente, aggredirla e darle fuoco. 

Il personaggio più interessante del film è Catwoman. Ammalia e seduce il suo involucro di femme fatale, stupisce la sua abilità nelle arti marziali e nell’uso della frusta, ma è la più emarginata dei quattro personaggi principali. Su di lei tutte le angherie degli uomini. Selina Kyle è il suo nome in borghese ed è la segretaria di Max Schreck. Il magnate la uccide perché lei viene a conoscenza del piano riguardante la centrale/condensatore ed è proprio grazie a questo delitto che viene riportata in vita da un branco di gatti randagi affamati (se amate l’horror faunistico è una scena impedibile). Il sessista Pinguino vuole approfittare di lei e persino Batman, pur inscritto nel suo ruolo da personaggio positivo, la sottovaluta all’inizio, perché donna. Questo personaggio, un po’ buono e un po’ cattivo, potrebbe essere la summa di tutte le vittime (ebrei, dissidenti, non-ariani, gay, donne, disabili ecc…) cadute sotto i colpi dei plotoni d’esecuzione o bruciate nei forni crematori. Derise, schernite, turlupinate da regimi totalitari o, riguardo alle donne, da semplici mura domestiche.

Non tutti siamo uguali e, nel mondo del film hollywoodiano e commerciale, quest’opera ne è un esempio più che legittimo.

FRANCESCO PASANISI

UN FILM AL GIORNO: NON APRITE QUELLA PORTA

“Il film che state per vedere è il resoconto della tragedia avvenuta a cinque giovani…”. Questo è l’inizio scritto e narrato del film “Non aprite quella Porta” (1974) (in originale “The Texas Chainsaw Massacre””) opera prima del regista texano Tobe Hooper, famoso per film di culto come “Poltergeist” (1981) ma anche di brutture inguardabili come “Le Notti Di Salem” (1979). “Non Aprite quella Porta” ha questo angosciante incipit per un preciso motivo: ingigantire l’aspetto angosciante di un film che di suo lo è già. Gli abilissimi “omini del marketing” fecero, in prevendita, passare la trama del film come tratta da un fatto di cronaca nera realmente accaduto, in cui cinque ragazzi in gita a Newton incappano in una famiglia di serial killer dediti a strani rituali feticisti con ossa umane e al cannibalismo. E’ in sostanza ciò che accade nel 1980 con “Cannibal Holocaust” (ma con una messinscena migliore) fino alla “perfezione” del marketing datata 2000, ossia “The Blair Witch project” di Myrich e Sanchez. “Non aprite quella Porta”, in realtà, di angosciante e splatter ha ben poco e ciò è dovuto all’estrema povertà di mezzi e ad alcune trovate isteriche attoriali che creano delle sequenze di pura comicità, una sorta di Looney Tunes dell’orrore in carne ed ossa. Gli unici momenti in cui si trema un poco sono quelli dedicati al notiziario che fa da sottofondo ad un cadavere putrefatto legato ad un piccolo obelisco cimiteriale e agli ultimi 25 minuti in cui Sally (Marylin Burns) è ogni secondo sempre più vicina alla morte, prima per mano di Facciadicuoio (un gigante forzuto e ritardato che, indossando una maschera di pelle umana, uccide le proprie vittime con martelli e motoseghe, interpretato da Gunnar Hansen) che strazia davanti a lei a colpi di motosega il fratello invalido Franklin (Paul A. Partain) che si era diretto nei boschi con la sorella in cerca degli altri tre loro amici, già periti in casa del “gigante”; poi incontra un altro membro della famiglia che la picchia con una scopa, la sequestra e la porta nella loro casa per torturarla con l’aiuto di Granpa (John Dugan) mezzo bicentenario, mezzo zombi che, dopo essersi rianimato succhiando del sangue da un taglio su un dito di Sally, verrà aiutato dai nipoti a spaccarle il cranio con uno “sledge-hammer”, uno di quei martelli che usano gli uccieri nei mattatoi. La ragazza si salverà e fuggirà impazzita.

“Non Aprite Quella Porta” è una macabra opera d’arte per lo più incompresa da alcuni salotti importanti della cinematografia mondiale. In onor del vero, la pellicola di Hooper ha delle sciccherie che farebbero impazzire qualsiasi semiologo del cinema. Si tratta di alcune trovate dislocate in ogni aspetto (tecnico, la storia, i dialoghi) che non vanno sottovalutate. La povertà di mezzi e i tempi brevissimi con cui Hooper ha dovuto fare i conti sono stati per la verità dei preziosi collaboratori per dare un taglio “visivo” quasi documentaristico: la fotografia con molta grana e a volte addirittura assente, la musica talmente minimale che sembra scomparire nelle sequenze, le scene di estrema violenza messe quasi fuoricampo che danno quasi l’idea di un cineamatore “imboscato” che sta filmando un crimine per non prlare della macchina da presa che riprende in un montaggio imperfetto e disturbante inquadrature alternate degli occhi lacrimosi e terrorizzati di Sally e i suoi torturatori che se la ridono. Questi gli aspetti tecnici, la trama è tutt’altro che un semplice “slasher movie” (questo film, comunque, è precursore di questo sottogenere che prevede la conta dei morti a causa di uno o più killer); “Non Aprite Quella Porta” è una metafora-critica sull’intolleranza e la grettezza dei costumi sudisti, texani, per la precisione. In quello Stato si formarono le prime bande del Ku Klux Klan, c’era la schiavitù dei neri e ancora in questi ultimi 30-40, ci spiega il film, persiste un clima d’intolleranza e ultraconservatorismo. Gli omicidi iniziano proprio quando Kirk (William Vail), uno dei ragazzi, entra nella casa degli assassini, come voler esasperare il concetto molto enfatizzato che hanno gli stati del sud verso la proprietà privata.

I cinque ragazzi, non è palese ma comprensibile per alcuni aspetti, sono degli Hyppies, tendenza che nei primi anni Settanta era disprezzata ed allontanata come fosse un virus, specie in territori così “rurali”, conservatori e, come i personaggi di Verga, attaccati alla “roba”. Altro aspetto socio-politico di “Non Aprite quella Porta”: la famiglia di macellai killer texani -tramite uno “spiegone” da parte di Hitchicker (Edwin Neal), fratello di Leatherface- ha perso il lavoro nel mattatoio a causa dei metodi moderni, più sbrigativi e meno dispendiosi; a causa di un fucile ad aria compressa che uccide all’istante il bestiame, gli uccisori sono stati licenziati e probabilmente la famiglia di Leatherface è impazzita a causa della disoccupazione. Non è solo questo, “Non aprite Quella Porta” è anche un film che vuole riassumere il malessere statunitense del post-vietnam: la brutalità della famosa “sporca guerra”, ragazzi arruolati che tornavano a casa solo dopo morti, la ferita nell’orgglio USA di aver perso contro Ho Chi Mihn sono presenti, metaforicamente, in questo piccolo capolavoro.

Del film esiste un seguito, nettamente inferiore al prototipo ma più divertente e tecnicamente migliore (es. gli effetti speciali sono di Tom Savini). Il sequel fu girato nel 1986 e grazie a questa pellicola noi ricorderemo uno psicotico Dennis Hopper che duella a colpi di motosega (a tipo scherma) contro Leatherface.

FRANCESCO PASANISI